Baker Street, il mondo delle “nuove donne”

la-storia-di-una-bottega-Baker StreetPrendo una piccola pausa da Sherlock Holmes ma non dal suo mondo, la Londra di fine Ottocento. Lo faccio per parlare di un libro che ho scoperto grazie alla segnalazione di un amico dell’associazione Uno studio in Holmes e che ho trovato delizioso. Si tratta del romanzo di Amy Levy “La storia di una bottega” (Jo March),  traduzione di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci, che ottenne riscontri positivi anche da Oscar Wilde. Il fascino aggiuntivo di questo libro, per un appassionato di Holmes quale io sono, è che la bottega e l’annesso appartamento intorno ai quali ruota la storia si trovava al 20B di Baker Street (per citare correttamente il testo “Upper Baker Street”), cioè la strada dove abitò Sherlock Holmes. E, seguendo i voli della fantasia, mi è dispiaciuto che, solo per uno scarto di pochi anni, il detective e le quattro sorelle Lorimer, protagoniste del romanzo, non furono vicini di casa. La vicenda de “La storia di una bottega” sembra svolgersi, infatti, a metà degli anni ’70 dell’Ottocento (si cita la prossima inaugurazione della Grosvenor Gallery, avvenuta nel 1877), mentre Holmes e Watson presero residenza in Baker Street nel gennaio del 1881. Ultimo legame tra il libro della Levy e il detective che non ho potuto fare a meno di considerare è quello relativo alle date di pubblicazione di “Uno studio in rosso” (primo romanzo della saga di Holmes, uscito nel dicembre del 1887) e di “La storia di una bottega” (uscito nel 1888) che eleggono Baker Street a protagonista della letteratura londinese.

Ma, al di là di tutto questo, “La storia di una bottega” è un libro che narra gli albori della trasformazione della società inglese. La Levy mostra, attraverso la vicenda delle sorelle Lorimer, il cammino delle donne verso l’indipendenza, verso la determinazione di scelte compiute in autonomia rispetto alla famiglia e rispetto alle convenzioni sociali, verso l’autodeterminazione economica. Una strada piena di ostacoli, ma ormai tracciata e dalla quale non si può tornare indietro.E Baker Street diventa così una metafora sul mondo delle “nuove donne”.

Per spiegare meglio questi concetti, è utile accennare alla trama del romanzo. E lo faccio riportando la scheda editoriale:

Nella Londra di fine Ottocento, le giovani sorelle Lorimer perdono improvvisamente il padre e finiscono sul lastrico. Rifiutandosi di accettare un destino che le vedrebbe divise tra i vari familiari che si sono offerti di dar loro ospitalità e protezione, scelgono di restare insieme e di sopravvivere con le loro forze: fra lo sgomento generale, si trasferiscono nell’affollata e viva Baker Street, nel centro di Londra, e aprono una bottega di fotografia. Lacerate dai dubbi, sballottate dai colpi della fortuna, eppure appassionate e tenaci, Gertrude, Lucy, Phyllis e Fanny cercano di resistere alle privazioni e di conquistarsi uno spazio nella società, difendendo un’indipendenza per nulla scontata nella tarda età vittoriana. Nel 1888, Amy Levy realizza un originale e raffinato ritratto di donne emancipate e moderne, utilizzando una metafora assolutamente calzante, quella della tecnica fotografica. Come la fotografia imprime, con leggi e codici del tutto nuovi, la realtà, stravolgendo per sempre l’arte e il concetto di immagine; nella stessa misura, le quattro protagoniste rivolgono uno sguardo più genuino alla vita, incarnando una donna, al contempo idealista e concreta, che annuncia il mutamento rapido e inarrestabile della condizione femminile alle porte del ventesimo secolo.

E la bellezza del libro, sostenuto da una scrittura sapiente, è che il procedere verso questo “mutamento rapido e inarrestabile” della condizione femminile è filtrato attraverso le sensibilità e le caratteristiche della quattro sorelle Lorimer. Fanny, in cui resiste la donna vittoriana; Gertrude, combattuta tra vecchio e nuovo ma consapevole che il mondo sta cambiando; Lucy, perfettamente a suo agio in una dimensione di donna indipendente e autonoma; Phyllis, infine, la più avventata, anticipatrice, per certi aspetti, di figure di donne la cui emancipazione può sembrare addirittura sfrontata.

Insomma, un romanzo davvero bello che, arricchendo il racconto principale con spaccati di vita della media e alta borghesia londinese, non risparmia critiche alla vacuità dei salotti e agli eccessi di certo mondo artistico. Per me, assolutamente da leggere.