Holmes e Lupin, la strana alleanza

Il ladro che si alleò con Sherlock HolmesHolmes e Lupin. Voglio riprendere in mano questo blog, che ho colpevolmente disertato per molto tempo, con questa strana coppia. Dunque riparto dalla mia passione principale: Sherlock Holmes. Ma in modo leggero, se mi è permesso definire leggero il genere fumetto. Spero di sì, visto che i fumetti hanno comunque il pregio di saper raccontare storie bellissime, e anche complicate, con una forma sintetica, fatta di immagini efficaci e di testi di facile lettura. A questo proposito segnalo “Il ladro che si alleò con Sherlock Holmes”. Si tratta di un albo della Sergio Bonelli Editore della bellissima collana Storie di Altrove, dove Holmes è già apparso diverse volte. Protagonisti della storia sono il detective di Baker Street e il ladro gentiluomo Arsenio Lupin. Il soggetto e la sceneggiatura di questa storia godibilissima è del maestro Carlo Recagno. I bellissimi disegni, invece, sono di Antonio Sforza.

Per non tediare nessuno con il mio riassunto del plot, cito direttamente  la scheda dell’editore: “Anno 1915. Il mondo è in guerra, e i servizi segreti di Francia e Inghilterra vengono sconvolti da una terribile notizia: i piani per una nuova arma segreta sono stati trafugati! Per impedire che cadano in mano all’Austria, non c’è che un modo: fare intervenire il più grande detective del mondo e il più grande ladro del mondo, che dovranno lavorare assieme. Ma riusciranno Sherlock Holmes e Arsenio Lupin a mettere da parte le antiche rivalità e inimicizie e a completare la missione? Intanto, negli Stati Uniti, la misteriosa base di “Altrove” mette in gioco delle pedine che potrebbero determinare le sorti del Primo Conflitto Mondiale…”

Nel titolo di questo post parlo di strana alleanza. E non avrei potuto fare altrimenti. Holmes e Lupin sono, per antonomasia, nemici. Guardie e ladri, insomma. Lo scrittore Maurice Leblanc, del resto, spronato dal suo editore, creò il personaggio di Arsene Lupin nel 1905 per opporre un eroe francese all’eroe inglese Sherlock Holmes, creato dalla penna di Arthur Conan Doyle e campione di vendite anche in Francia. Vederli agire insieme e non contro, quindi, fa proprio venire in mente una strana alleanza.

Tuttavia, è un’alleanza che nel contesto della Prima guerra mondiale funziona, eccome. Conan Doyle e Leblanc erano grandi patrioti e, in quanto tali, quando scoppiò il conflitto non fecero mistero di essere nemici acerrimi dell’Austria e della Prussia. E i due scrittori, in fondo, non facevano che riflettere le posizioni dei loro governi. Quindi, l’alleanza Holmes – Lupin proposta da Recagno nel suo romanzo a fumetti è tutt’altro che strampalata. Anzi, direi che è inevitabile. Due geni al servizio del bene, è ovvio, sono meglio di uno soltanto.

Holmes e le iene di Lucarelli

Il tempo delle Iene_Holmes“Non c’è niente di più innaturale dell’ovvio”, celebre frase che Sherlock Holmes pronuncia nel racconto Un caso di identità, è il ritornello – passatemi il termine musicale – che si ripete con frequenza nelle pagine de “Il tempo delle iene” (Einaudi), ultimo romanzo di Carlo Lucarelli. La frase non la si incontra per caso nelle pagine di questo racconto giallo, ambientato nella colonia di Eritrea agli inizi del 1900, di cui sono protagonisti il capitano dei carabinieri Colaprico e il suo assistente, il brigadiere indigeno Ogbà. No, la frase la si incontra per due motivi, indipendenti l’uno dall’altro fino all’epilogo della storia. E i motivi sono i seguenti: la passione del capitano Colaprico per le storie di Sherlock Holmes, e il modo di ragionare e di osservare le cose del brigadiere Ogbà.

Prima di seguire il filo holesiano del libro, un rapido accenno alla trama. Con una sequenza velocissima, quattro morti: tre indigeni e il marchese Carlo Maria Sperandio, impiccati a un ramo di un imponente sicomoro. Suicidi? E poi la morte di una vecchia indigena che vive isolata dal villaggio, ma vicina al sicomoro, accanto al cui corpo vengono rinvenuti un coltello a serramanico e un dito umano (un indice, per la precisione, e non un pollice di holmesiana memoria). Omicidio, certo. E poi la vicenda di una concessione agricola che forse nasconde ben altro, e altre morti e una galleria di vicende e personaggi intrise di politica e affarismo che sembrano un gioco di specchi con la realtà. E in tutto questo, appunto, Sherlock Holmes.

Lucarelli, in una recente intervista informale a Repubblica, aveva annunciato che questo romanzo – il secondo della serie con Colaprico ed Ogbà – era un omaggio a Doyle e alle sue creature letterarie. Così è, in effetti, fin dalle prime pagine del libro. Colaprico definisce Ogbà il suo Sherlock Holmes. E Ogbà pensa che prima o poi dovrà chiederglielo, al capitano, chi è quest’uomo a cui lo paragona sempre. Ma intanto Lucarelli ci svela che Colaprico legge le storie di Doyle direttamente in inglese, perché un amico londinese gli spedisce regolarmente lo Strand Magazine. E poche frasi dopo, mentre nel suo chiuso della sua camera riflette in solitudine sulla sequenza dei suicidi, Ogbà pensa, ignorando di formulare un pensiero del celebre Sherlock Holmes, che “non c’è niente di più innaturale dell’ovvio”.

E così che parte il gioco letterario dell’omaggio a Doyle, che prosegue, con altre citazioni e altri rimandi inconsapevoli, in altre pagine del libro. Fino alle ultime frasi dell’epilogo, dove nel corso di uno spassoso dialogo tra i due protagonisti, Ogbà trova il coraggio di chiedere lumi su Sherlock Holmes.

Al di là di questo omaggio ad Holmes, che mi ha fatto molto piacere, il romanzo di Lucarelli si fa apprezzare per la scrittura – davvero efficace e piacevole -, per la caratterizzazione dei personaggi – anche quelli di contorno -, e per le descrizioni evocative di questo angolo d’Africa. Ho trovato un po’ meno efficace la trama gialla, che solo perché viene sacrificata un po’ troppo – a mio giudizio, ovvio -, per lasciare spazio all’azione. Perché è innegabile, accanto alle altre virtù del libro, il ritmo che Lucarelli impone alla storia è affascinante e coinvolgente. E Holmes o non Holmes, alla fine, “Il tempo delle iene” è davvero un libro da leggere.

Mr Holmes, ritratto inedito del detective

Mr HolmesChiunque prenda in prestito il personaggio di Sherlock Holmes per farne il protagonista di un libro o di un film solleva sempre un po’ di discussioni. Soprattutto nel mondo degli sherlockiani, che finiscono sempre per avere opinioni discordi. Sta succedendo anche con “Mr Holmes – Il mistero del caso irrisolto”, film del regista Bill Condon e interpretato in modo magistrale da Sir Ian McKellen. Io, a scanso di equivoci,ripetendo il giudizio a caldo che avevo affidato a tre righe su Facebook, dico subito che il film mi è piaciuto. L’ho trovato bellissimo. Giuste atmosfere, personaggio Holmes credibilissimo, grande recitazione, rimandi al Canone (i 4 romanzi e i 56 racconti originali di Doyle) senza sbavature.

Non vorrei parlare della trama del film, ma qualche accenno è doveroso. Siamo nel 1947, Holmes ha 93 anni e ha problemi di memoria. E il suo ultimo caso è proprio legato ai ricordi annegati nella nebbia della vecchiaia smemorata: ricostruire le vicende della sua ultima indagine reale, di cui è protagonista una donna afflitta da un grande dolore interiore. E parallelamente, scorrono i ricordi, anch’essi difficili da far riemergere, di un’altra vicenda, legata al Giappone. E il film è tutto costruito per esaltare le difficoltà di memoria di Holmes: c’è un alternarsi e un intersecarsi di presente e di ricordi delle due vicende e il ritmo indugia in una certa lentezza, com’è tipica delle persone anziane e della loro capacità di riportare alla luce il passato.

Dal punto di vista canonico, ho colto e apprezzato diverse immagini e sfumature. Holmes vive in un cottage, sulle colline che sovrastano Eastbourne e si diletta con l’apicoltura (tutto perfettamente canonico). La veneranda età ci mette davanti a un personaggio che ha problemi di memoria, come accade a migliaia di persone con i capelli bianchi, e Holmes, per ricordare i nomi, scrive appunti sul polsino della camicia (canonico anche questo: ne “La maledizione dei Baskerville” annota così un appuntamento e ne “Il patto navale” registra allo stesso modo un fatto che “ha un’importanza enorme”). Nella ricostruzione del mistero che Holmes vuole riportare alla luce dalla nebbia della sua memoria fallace, l’investigatore è affiancato e aiutato da un bambino, esattamente come Sherlock Holmes si faceva aiutare dai marmocchi che facevano parte degli Irregolari di Baker Street (dunque, tutto canonico).

Ma c’è altro. Nelle prime scene del film, nel suo parlare interiore, Holmes rimprovera al dottor Watson di averlo trasformato, con i suoi racconti, in un personaggio letterario, quasi facendo credere al mondo che non fosse mai esistito realmente. Un passaggio che, dal punto di vista dello sherlockiano, è un capolavoro. Perché qui il regista ribalta le regole del Grande Gioco degli sherlockiani, che partendo dall’ammirazione del personaggio letterario hanno elaborato l’assioma che afferma che Sherlock Holmes sia realmente esistito.

Infine, ancora un punto che, a mio avviso, è di grande coerenza con il personaggio Holmes del Canone. Nel film Mr Holmes racconta una bugia per dare pace a una moglie e un figlio che non riescono a capire la “fuga” del marito-padre. Canonicissimo anche questo, secondo me. La bugia a fin di bene dà risalto a un tratto caratteriale, fondamentale, di Holmes. Pensiamo a tutte le volte che Holmes lascia Watson da solo, facendogli credere di avere degli impegni, che altro non sono che una scusa per dedicarsi, in solitudine, ad alcuni aspetti dell’indagine (valga per tutti i casi quanto accade nel “La maledizione dei Baskerville”)… e poi, il racconto che Holmes espone a Watson ne “La casa vuota” per ricostruire i suoi tre anni di assenza, così piena di mezze verità, non è forse una sorta di bugia per continuare a tenere all’oscuro, per il suo bene, il povero Watson dalla conoscenza di segreti che è bene restino celati? e lasciare impunito un colpevole, come accade nel Canone, non è forse nascondere la verità, e quindi mentire, alla legge degli uomini? Ma Holmes lo fa perché lo reputa utile o perché è a fin di bene.

Qualcuno parla di film malinconico o crepuscolare. è vero, c’è crepuscolo e malinconia, nel film. Ma potreva essere altrimenti volendo narrare le vicende di un uomo quasi centenario e ormai alla soglia della morte?

Per chiudere, un invito: andate a vedere il film, perché merita davvero; e, se ne avete voglia, leggete anche il romanzo da cui è stato tratto, “Mr Holmes. Il mistero del caso irrisolto” di Mitch Cullin (Neri Pozza) che in Italia era già apparso nel 2006 col titolo “Un impercettibile trucco della mente” (Giano).

Sherlock Holmes a Pistoia

Sherlock Holmes a PistoiaUn documento antico scomparso, poi ritrovato e di nuovo segretato. E Sherlock Holmes che si mette sulle tracce per consultarlo e scoprire i segreti che contiene sul Tibet, meta del suo prossimo viaggio. È questo il filo conduttore di “Sherlock Holmes a Pistoia. Breve storia di una ricerca tra finzione e realtà” (Edizioni Atelier) che ho scritto in collaborazione con Giuseppe Previti e Stefano Fiori, soci fondatori del club “Amici del giallo” di Pistoia e con Enzo Gualtiero Bargiacchi, appassionato di storia locale. Il libro, idealmente diviso in due sezioni, una saggistica e una narrativa, è il risultato di un percorso di ricerca e scrittura che si è sviluppato nel corso degli ultimi quattro anni.

Nella prima sezione di “Sherlock Holmes a Pistoia”, con un breve saggio corredato di bibliografia, ho ricostruito le tappe delle ricerche che i soci di “Uno studio in Holmes” (l’associazione italiana degli sherlockiani) hanno dedicato al possibile rapporto tra il detective di Baker Street e la città toscana. Tutto si concentra tra la primavera e l’estate del 1891, quando Holmes si trovava a Firenze (vedi il racconto “La casa vuota” di sir Arthur Conan Doyle). E tutto ruota attorno alle “Notizie Istoriche dal Tibet”, corposo e documentatissimo  diario di viaggio del missionario gesuita pistoiese Ippolito Desideri.

Nel 1891 la “Relazione Desideri” (così chiamano l’opera gli studiosi di tutto il mondo) era l’unico documento che fornisse indicazioni storiche, geografie, etnografiche, religiose, sociali e culturali sul Tibet, terra che sulle mappe geografiche dell’epoca era una semplice area bianca, senza alcuna indicazione. Leggere la  “Relazione”, però, era praticamente impossibile. Scritta tra il 1727 e il 1732, la censura vaticana impedì al gesuita pistoiese di pubblicarla e rimase nascosta negli archivi romani per quasi 150 anni. Riscoperta dallo scrittore pistoiese Gherardo Nerucci nel 1875, la pubblicazione, più volte annunciata anche dalla stampa inglese, non diventò mai realtà.

Una vicenda misteriosa, resa ancora più intrigante dai giochi di spionaggio condotti in Asia da Inghilterra e Russia, entrambe desiderose di prendere il controllo del Tibet. Ed è in questa partita di spie che recita una parte fondamentale Sherlock Holmes. Come sappiamo dagli studi sherlockiani, infatti, il suo viaggio in Italia, la successiva tappa in Tibet e poi quelle in altre zone del pianeta altro non erano che i passi di una lunga missione segreta al servizio del governo della Regina Vittoria.

Consultare la “Relazione”, dunque, per Sherlock Holmes aveva un’importanza strategica. Anche perché alcune circostanze storiche europee consumatesi tra il 1878 e il 1888 rendevano di vitale importanza accertarsi che il documento non fosse stato manipolato o alterato in alcun modo.

Insomma, un vero e proprio giallo, che il saggio ricostruisce in maniera dettagliata, rivelando in che modo e quando, in gran segreto, Sherlock Holmes si recò a Pistoia per consultare la “Relazione”.

La seconda sezione del libro, invece, propone quattro opere di narrativa: due pastiche a mia firma (“Sherlock Holmes e l’uomo con la valigetta” e “L’avventura dei fuochi sulla collina”), l’apocrifo “From Hell=Dall’inferno” a firma di Stefano Fiori e “Intervista impossibile: Sherlock Holmes e Mr Previti”, scritta da Giuseppe Previti.

A chiudere “Sherlock Holmes a Pistoia”, infine, il contributo storico-critico di Enzo Gualtiero Bargiacchi, il massimo studioso di padre Ippolito Desideri e della sua opera, e la postfazione di Michele Lopez, presidente di “Uno studio in Holmes”.

Il libro è disponibile sullo store online www.Ibs.it oppure contattando direttamente l’editore ([email protected]).

 

Holmes secondo Joyce Carol Oates

il maledetto - Sherlock HolmesMetti una sera di incontrare Sherlock Holmes in un romanzo in cui non te lo aspetti. Succede ne “Il maledetto” (Mondadori), ultima fatica letteraria della famosa scrittrice americana Joyce Carol Oates. D’accordo, Holmes non è il protagonista della storia. È uno dei tanti – anzi, tantissimi – personaggi che animano le pagine del libro voluminoso, colto e abbastanza complicato. La segnalazione, tuttavia, è d’obbligo, perché la sua non è una presenza di contorno come accade per Mark Twain (qui quasi sempre citato col suo vero nome, Samuel Clemens). Certo, è meno presente di Jack London, ma pur se in poche pagine Sherlock Holmes, finisce comunque per ritagliarsi un ruolo da protagonista, rappresentando- con l’altro socialista Upton Siclair – l’unica voce che cerca di contrapporre il razionale alle vicende soprannaturali che sconvolgono Princeton, sede della gloriosa università del New Jersey, Stati Uniti. E dico che cerca una soluzione razionale, perché non sono convinto che il consiglio che dispensa per sconfiggere la “maledizione” che grava su Princeton sia davvero un consiglio da Sherlock Holmes! Lo sono le motivazioni (è lecito andare oltre la legge per sconfiggere un crimine peggiore di quello che si commette) ma il consiglio, almeno a me, sembra non proprio razionale a tutto tondo come sarebbe lecito aspettarsi dal detective di Baker Street. Ma forse, tutto si giustifica col fatto che Holmes appare in scena  forse non nella realtà ma nei sogni-vaneggiamenti del professor van Dyck.

Intanto, però, la vicenda, con qualche riga dal risvolto di copertina. “Princeton, New Jersey, inizio del Ventesimo secolo: un luogo ideale per la tranquilla vita di famiglia, un posto elegante per gente elegante. Ma qualcosa di oscuro e pericoloso sta in agguato ai confini della città. Un veleno maledetto è pronto a diffondersi per contagio tra gli abitanti: vampiri e fantasmi popolano senza tregua i sogni degli innocenti. È la fine dell’inverno quando una potente maledizione si abbatte sulla giovane discendenza delle famiglie più in vista della città, e le loro figlie iniziano a scomparire”. E ci sono anche alcuni omicidi inspiegabili…

Siamo davanti a un romanzo gotico, dove il gotico e gli eventi “surreali” e “irrazionali” che sconvolgono Princeton sono la chiave di lettura per leggere la società americana del tempo (ma anche, con le dovute differenze prodotte dall’evoluzione storica, quella attuale): lo strapotere e l’indifferenza dei bianchi presbiteriani di fronte alla ferocia del Ku Kux Klan, allo sfruttamento dei bambini operai, alla disperazione dei negri e degli emigranti dall’Europa orientale e meridionale, all’antisemitismo, all’ “indicibile” sesso (poco importa che sia etero o gay); e la convinzione dei bianchi presbiteriani circa la sottomissione delle donne cui non è concesso studiare né scegliersi un marito,e  provare piacere, e votare. E siamo di fronte ad un pensiero di superiorità razziale e culturale (ben espresso dalle figure del futuro presidente degli Usa Woodrow Wilson e dallo spaccone Jack London) che attraversa tutti: democratici, conservatori e rivoluzionari.

A fare da contraltare a tutto questo, le voci del socialista Upton Sinclair (realmente esistito) e Sherlock Holmes. Il primo è la voce della denuncia che non trova risposte alla “maledizione” se non sperando che la rivoluzione si faccia al più presto possibile; il secondo, invece, è la voce della razionalità. A portare in scena il detective è il professore di filosofia Perace van Dyck – che cadrà a sua volta vittima della “maledizione” – che è convinto che solo applicare il metodo scientifico d’indagine di Holmes possa permettere di dare soluzione agli eventi. E accade che Holmes, in una fredda notte di maggio, giunga nella sua casa (ma come detto forse si tratta di un  sogno-vaneggiamento), per aiutarlo nella sua impresa. Il dialogo tra i due è la metafora di quanto distanti siano la cultura inglese e quella americana (e nel Canone sherlockiano ci sono parecchi indizi al proposito).

E, a proposito di Canone, mi preme sottolineare due o tre aspetti. La parte relativa al metodo scientifico di Sherlock Holmes e all’opera di Arthur Conan Doyle non mostra pecche (ma d’altra parte la Oates è docente di letteratura proprio a Princeton). L’iconografia del personaggio è sostanzialmente corretta sia per quanto riguarda i tratti fisici e i modi di agire, sia per l’assenza (e la Oates lo fa sottolineare a van Dyck) della pipa calabash. Intrigante la citazione de “La criniera del leone”, dopo averci parlato di queste strane e mortali meduse (uno dei personaggi ne resta ucciso) sulle spiagge delle Bermuda dove sono in vacanza alcuni protagonisti del romanzo. Stona, invece, agli occhi dell’appassionato, che Sherlock Holmes sia negli Stati Uniti nel maggio del 1906 (anche se per ragioni letterarie la Oates dice di aver compresso tra il 1905 e il 1906 fatti che si sarebbero svolti tra il 1905 e il 1910), perché dal Canone sappiamo che il detective calcò il suolo americano solo nel 1912, quando era sulle tracce del barone tedesco Von Bork (vedi il racconto “Il suo ultimo saluto”). Viene, infine, citata un’avventura del 1889 che mi è suonata del tutto nuova (“L’avventura della culla avvelenata”), non so se perché ho scarsa familiarità con la lingua inglese, o se si tratti di un’avventura mai narrata (che non ricordo), o se sia invece un’invenzione romanzesca della Oates… O forse, potrebbe anche essere un richiamo ad un apocrifo radiofonico del 1947 (“The case of the cradle rocked itself”) utilizzato per richiamare la tragica morte di un neonato di cui si parla nel romanzo.

Come si può ben capire, non si tratta né di un apocrifo né di un libro sherlockiano. Ma un blog che cerca di informare sul mondo di Sherlock Holmes non poteva tralasciare di fare questa segnalazione. Al di là di Holmes, comunque, se vi piace il gotico, è l’occasione per leggere un libro intelligente – anche se non semplice – sulle convinzioni, le paure e i pregiudizi della classe dominante degli Stati Uniti.

Holmes in ‘Delitti senza tempo’

Delitti senza tempo_HolmesOgni tanto, come mi è già capitato di dire, i mercatini dell’usato regalano belle sorprese. Qualche giorno fa, su una bancarella, ho trovato “Delitti senza tempo” (Mondadori), pubblicato nella collana Biblioteca del Giallo Mondadori nel giugno del 1978. L’ho comprato al volo, senza nemmeno consultare il sommario. A convincermi è bastata la copertina. Nell’immagine compare Sherlock Holmes. Oltretutto, si tratta di un Holmes lontano dall’iconografia classica. Qui ha il viso paffuto, lo sguardo tenero, un atteggiamento pacioso. Insomma, tutto il contrario delle immagini classiche del detective di Baker Street. L’autore di questo Holmes reinventato è l’illustratore Oliviero Berni. Ma ad attirare la mia attenzione, in copertina, c’è anche il nome di Arthur Conan Doyle. Insomma, non c’è da stare a pensarci due volte. Un libro così ci vuole assolutamente nella collezione sherlockiana di casa.

Leggendolo, poi, ho apprezzato ancora di più l’acquisto. Il filo rosso dell’antologia di racconti, infatti, mette a confronto autori di fantascienza e autori di gialli gli uni sul terreno degli altri. E di Conan Doyle, infatti, viene proposto un accattivante e divertente racconto della saga del professor Challenger: “La macchina disintegratrice”.  E poi, tra gli altri, ci sono i racconti strepitosi di Isaac Asimov, Ray Bradbury e Agatha Christie. E anche un apocrifo fantascientifico – “Hoka Holmes” di Poul Anderson e Gordon R. Dickson – che avevo già letto in altre edizioni Urania, ma che mi sono divertito a rileggere.

Un’antologia di racconti davvero piacevole, questa “Delitti senza tempo”, che ha il merito di farci godere della bravura di grandi autori che si cimentano con generi diversi dal loro e che, in più, ha il pregio, per uno sherlockiano, di offrire materiale da collezione su Sherlock Holmes.

Se siete appassionati dell’eroe di Baker Street – e se avete voglia di vedere autori di genere sconfinare in altre praterie – è un volume che non dovrebbe mancare nella vostra libreria.

Sherlock Holmes era una donna?

Sherlock Holmes & Lady VioletE se Sherlock Holmes fosse stato una donna? Come avrebbe reagito nei confronti del dottor Watson che, succubo dei pregiudizi vittoriani, avesse pubblicato le sue avventure celandola sotto i panni di un uomo? A queste ipotesi – non prive di fascino – cerca di dare una risposta Martina Padmini Lorenzet con il suo romanzo d’esordio “Sherlock Holmes e Lady Violet” (Khymeia Edizioni). Senza dubbio, si tratta di un pastiche coraggioso, perché sovverte le caratteristiche di genere di Holmes che sono contenute nel Canone (i 4 romanzi e 56 racconti firmati da Conan Doyle), proponendo al lettore comune e all’appassionato un punto di vista totalmente diverso. E in questo gioco letterario il dottor Watson provoca una reazione di tenerezza, perché ci parla dell’imbarazzo e dei timori che lo avevano colto quando aveva deciso di narrare le avventure di Holmes. Poteva presentare al pubblico un investigatore donna? Come avrebbero reagito i lettori? Non sarebbe risultato sconveniente, inoltre, ammettere che un uomo e una donna convivevano sotto lo stesso tetto senza essere parenti o senza essere sposati? E allora, ecco la pavida scelta di spacciare Holmes per un uomo. Ma ci sono altri imbarazzi e altri rossori, in verità. Perché Sherlock è una donna bella e affascinante e Watson, spesso, ne resta rapito.

Il pregio dell’operazione Holmes-donna è che non è decontestualizzata né dal Canone né dall’epoca storica vittoriana, rendendola perciò un’ipotesi che potrebbe essere anche credibile. E perché, al di là della caratterizzazione sessuale, non ci sono riletture delle caratteristiche del personaggio.

In questo quadro, non manca ovviamente il mistero da risolvere: un furto di gioielli subito da Lady Cavendish. Holmes, sagace come lo – anzi “la” – conosciamo, sarà capace di individuare gli indizi invisibili ai più e saprà sciogliere i nodi del caso. Un’avventura intrigante e dalla trama ben costruita. C’è qualche piccolo difetto nella scrittura, ma assolutamente perdonabile in un romanzo d’esordio e, comunque, non compromette la scorrevolezza della lettura.

Immagino che nel mondo degli appassionati farà discutere questo “Sherlock Holmes e Lady Violet”, e proprio per questo consiglio di leggerlo. Ogni tanto, un confronto su terreni nuovi è interessante e stimolante. Ne viene sempre fuori qualcosa di positivo a proposito delle virtù e della fama di Holmes.

Solo una piccola postilla. Lo stesso editore, in tema Sherlockiano, propone una nuova edizione di “Sherlock Holmes e l’incredibile vicenda del vapore olandese Friesland”, romanzo d’esordio di Benedetta Cinquini che è anche l’anima e il braccio di Khymeia Edizioni, nuova casa editrice lucchese.

Jabbar, dal canestro ad Holmes

Jabbar_sherlock_holmesI grandi campioni dello sport hanno coraggio da vendere. Coraggio e forza di volontà. Gioiscono per le vittorie. Ma sanno anche perdere. Accettano le sconfitte, e subito tornano in campo per vincere. Come Sherlock Holmes. E forse non è un caso che un mito del basket americano, Kareem Abdul Jabbar, si sia voluto cimentare proprio con il mondo di Sherlock Holmes. Nel prossimo autunno, infatti, l’editore Titan Book lancerà sul mercato anglosassone “Mycroft Holmes”, romanzo che l’ex campione dei L.A. Lakers ha scritto con Anna Waterhouse, sceneggiatrice (tra l’altro, con Robert Towne, ha scritto per Tom Cruise e altre stelle del cinema)  che, a dispetto del nome, è italianissima. L’annuncio ufficiale, anche se ormai se ne parlava da qualche settimana, è avvenuto al meeting dei Baker Street Irregulars di New York, al quale Jabbar è intervenuto come ospite.

Quando mi sono imbattuto nella notizia, lo confesso, sono rimasto spiazzato. Non capivo cosa avesse spinto l’ex campionissimo del basket a cimentarsi con un apocrifo. Poi, ho scoperto che dopo essersi ritirato dal parquet ha scritto non solo un’autobiografia ma anche saggi e libri per bambini. Soprattutto, ho scoperto che Jabbar è, praticamente da sempre, un fan di Sherlock Holmes. In diversi articoli di stampa americana, anzi, leggo che a Sherlock Holmes si è ispirato per diventare il campione immenso e insuperabile che è stato. Per capire i limiti e i punti deboli degli avversari, per leggere l’andamento della partita, per trovare le soluzioni di tiro. Il suo memorabile “gancio cielo”, dunque, potrebbe essere nato proprio grazie all’applicazione dei metodi di Sherlock Holmes.

In autunno, dunque, potremo leggere – ma solo in lingua originale – “Mycroft Holmes”. Jabbar ha spiegato di essersi dedicato al fratello di Sherlock Holmes perché ispirato da un libro di Michael P. Hodel e Sean M. Wright “Enter The Lion: A Memoir postumo di Mycroft Holmes”.

Spero che sarà tradotto anche in Italia. Un po’ perché ho sempre tifato Jabbar – è grazie a lui e al suo gancio cielo che ho cominciato ad apprezzare il basket – ma soprattutto perché da una persona intelligente come Jabbar mi aspetto una storia intrigante e non scontata.

Il mondo arabo in un giallo

i diciannove veli _ araboNel genere poliziesco ci sono libri che, anche se imperfetti, devono assolutamente essere letti. Perché il poliziesco ha il merito, a volte, di farci conoscere mondi e storie che ci sono lontani e in gran parte sconosciuti. Per questo scelgo di fare gli auguri di Natale segnalando “I diciannove angeli” (Piemme), firmato dall’americana Zoë Ferraris e tradotto da Monica Capuani. È un po’ datato (è uscito nell’aprile del 2013), ma i suoi contenuti sono attualissimi, essendo ambientato in Arabia Saudita, terra che in genere, in Occidente, associamo al petrolio e a qualche favola da “Le mille e una notte”. Ebbene, “I diciannove angeli” alza il velo – è proprio il caso di dirlo – su un mondo che, al primo impatto, sembra quasi inimmaginabile.

Non credo di aver letto niente di migliore, finora, per conoscere quale sia lo stile di vita dei sauditi e degli arabi in generale, quanto incidano sulla loro vita i precetti del Corano e quelli della Sharia. Il romanzo della Ferraris, inoltre, è soprattutto la chiave per capire quale sia la condizione di vita delle donne, nascoste dietro il burqa (alcune per convinzione, molte altre per pura e non aggirabile convenzione), quasi del tutto impossibilitate a muoversi da sole, costrette a frequentare centri commerciali e banche a loro dedicati, libere di azioni proprie – e non sempre è così – solo nel chiuso delle loro case. E poi c’è l’altra faccia del dorato mondo arabo saudita: gli immigrati asiatici destinati a svolgere i lavori più duri e più umili, le angherie che subiscono, lo stato di assoluta povertà in cui cercano di sopravvivere. Insomma, un affresco potente di un mondo che noi occidentali non conosciamo affatto o conosciamo poco e male.

L’imperfezione del libro che ho richiamato all’inizio riguarda l’intreccio giallo. Ben costruito e originale nella parte iniziale, il suo svolgimento e la soluzione finale soffrono invece di qualche passaggio un po’ troppo frettoloso. È un peccato, perché c’erano tutti gli ingredienti per farne un poliziesco di ottimo livello.

L’imperfezione, comunque, dal mio punto di vista è perdonata. Tutte le vicende e le descrizioni che ruotano intorno alla trama gialla valgono da sole il libro.

Per chi è curioso di sapere cosa narra il romanzo, ecco la scheda editoriale:

Una striscia di sabbia nel cuore del deserto saudita, quasi inaccessibile. Qui, sotto un sole autunnale che picchia impietoso, un beduino ha trovato il corpo di una donna. Il volto sfigurato, le mani recise di netto e fatte sparire. Ma quando la polizia arriva sul posto e inizia i suoi accertamenti, emerge un quadro molto più allarmante. Sono diciannove i cadaveri riportati alla luce, tutti di donne e tutti ugualmente mutilati. Un numero che potrebbe essere casuale, se non fosse per il richiamo a un verso del Corano. Della delicata indagine viene incaricato l’ispettore Ibrahim Zahrani. È il caso più importante della sua vita, ma Ibrahim non può dedicarvi tutte le sue energie perché un dramma molto più privato lo ha colpito: Sabria, la donna con cui ha una relazione extraconiugale, è sparita nel nulla. Ad affiancarlo nelle ricerche è Katya, tecnico della Scientifica che, sul lavoro, paga il suo essere donna ogni giorno. In un intreccio sempre più fitto di lavoro e vita privata, entrambi sperimenteranno sulla propria pelle la durezza di un Paese che non ha pietà per chi infrange le regole e in cui nascere donna è più che mai una condanna.

Importante, a mio avviso, per capire perché un’americana sia stata in grado di penetrare così a fondo nei segreti del mondo arabo, è conoscere almeno qualche cenno della biografia di Zoë Ferraris: americana, dopo la Guerra del Golfo si è trasferita a Jeddah, in Arabia Saudita, dove ha vissuto nella comunità beduina di appartenenza dell’ex marito, di origine saudita-palestinese. Nel 2006 ha conseguito un Master in scrittura creativa alla Columbia University. Ora vive a San Francisco.

Non c’è altro da dire. Spero che leggerete il libro. Intanto, vi auguro Buon Natale!

Sherlock, un ritratto a tutto tondo

Sherlock Holmes_Daniele Della RoccaUna segnalazione a scatola chiusa, oggi. In tutti i sensi, visto che oltre ad ignorare l’indice del libro (che posso immaginare a spanne dal sottotitolo) non riesco a reperire nemmeno uno straccio di notizie biografiche sull’autore. Tuttavia il libro in questione è, agli occhi dell’appassionato di Sherlock Holmes, qualcosa che profuma di interessante e, dunque, un blog come questo deve comunque darne conto. La pubblicazione che voglio segnalare è “Sherlock Holmes. La storia del più grande investigatore del mondo attraverso la letteratura, il teatro, i cinema e i fumetti”, di Daniele Della Rocca. Si tratta di un tomo di 602 pagine, dato alle stampe attraverso la piattaforma di self-publishing youcanprint, e reperibile negli store librari online al prezzo di 52 € (non proprio economico, anche se scegliendo tra i vari venditori si può spuntare anche al prezzo scontato di poco superiore ai 44 €).

Non avendo a disposizione la scheda editoriale (non compare nemmeno sul sito di youcanprint) devo per forza di cose fermarmi qui o quasi. Posso solo azzardare che il libro ripercorra le gesta di Sherlock Holmes – canonico e apocrifo – nella letteratura, nel teatro, nel cinema e nei fumetti (e spero che analizzi anche ciò che è stato prodotto in Italia) per fare un ritratto a tutto tondo del personaggio.

E’ un’operazione coraggiosa e che deve essere costata una gran fatica di ricerca e selezione delle fonti. Una simile impresa, dunque, merita senza dubbio attenzione. Anche perché il panorama editoriale italiano, sul fronte saggistico, offre davvero poco: le due edizioni delle enciclopedie di Stefano Guerra ed Enrico Solito, una più recente enciclopedia di Pier Luigi Neri, due vecchi e introvabili saggi di Marco Zatterin. Tutte opere assai più ristrette per numero di pagine, ma dai contenuti molto significativi e importanti. Rispetto a ciò che è reperibile sul mercato anglosassone o sui mercati di altri paesi stranieri, dunque, la saggistica italiana su Sherlock Holmes è un granello di sabbia nel deserto e lo “Sherlock Holmes” di Della Rocca potrebbe, se i contenuti non deluderanno, ritagliarsi un suo spazio.

Tutto qui e niente di più, dunque. Lo leggerò senz’altro, non appena lo avrò acquistato. Per intanto, però, voglio ringraziare l’amico Ambrose, le cui segnalazioni sono sempre – e questo caso lo dimostra – interessantissime.