Il diario segreto del dottor Watson

Sherlock Holmes_il diario segreto del dottor WatsonNon una detective story bensì una spy story. Non un assassino da smascherare bensì una potente famiglia da mettere in salvo. Sherlock Holmes e il diario segreto del dottor Watson (Delosbooks), opera di Phil Growick che inaugura la collana “Baker Street colletion” dell’editore milanese, è, dunque, un apocrifo sui generis. Intendo per sui generis la tematica, cioè lo spionaggio. E sia chiaro, non è una bestemmia letteraria, perché nel Canone (il corpo dei 56 racconti e 4 romanzi originali di Conan Doyle) Holmes nel ruolo di agente segreto compare nel racconto Il suo ultimo saluto e in altre occasioni, seppure nei panni del detective, si occupa di questioni che hanno attinenza con i servizi segreti e la spy story. Dunque, il romanzo di Growick, in questo senso, è perfettamente canonico.

E canonici sono, per fortuna (e lo dico perché non sempre è così), i personaggi di Sherlock Holmes e del dottor Watson. Abile deduttore, maestro del travestimento, vittima di sbalzi d’umore il primo; fedele compagno, alter ego, narratore ma anche capace di iniziative personali il secondo. Gli ingredienti dell’apocrifo ben costruito, insomma, ci sono tutti.

E anche la collocazione della storia è, dal punto di vista canonico, credibile. Siamo nel 1918. Holmes è in pensione nel Sussex ma ancora in età di poter affrontare un caso. La missione di Holmes e Watson è particolare e pericolosa: portare in salvo lo Zar Nicola II e la famiglia Romanov, prigionieri dei rivoluzionari bolscevichi di Lenin a Ekaterimburg. Perché una simile missione? Semplice, perché lo zar di tutte le Russie era cugino del re d’Inghilterra. E però, è plausibile? La famiglia Romanov non era stata trucidata? La storia racconta che le cose andarono così, ma le prove certe non sono mai state trovare. E allora Growick gioca su questo mistero storico per dare la sua versione dei fatti e per far vivere agli appassionati un’altra avvincente avventura di Holmes.

Forse nella prima parte del libro, dopo un inizio avvincente, c’è qualche lentezza di troppo che rompe il ritmo serrato che contraddistingue, di solito, le spy story. Ma la seconda parte riscatta ampiamente queste piccole pecche.

Le ultime pagine, poi, sono una vera sorpresa. Positiva!