Grande Sertão, una storia epica

Grande SertãoC’è l’epica. C’è il sogno. C’è la poesia. E il simbolismo, l’allusione e, per certi versi, anche la suspense. Grande Sertão, romanzo di João Guimarães Rosa (Feltrinelli) è un capolavoro assoluto, che è tornato fra le mie mani perché ero in cerca di qualcosa che tentasse una spiegazione del grande mistero umano e della forza dei legami dell’amicizia e dell’amore.

Il Sertão, regione semidesertica che si trova nell’interno di molti stati brasiliani del nord-est, è formato da altipiani e tavolati aridi con avvallamenti tra un tavolato e l’altro che sono al contrario molto fertili e ricchi di palme detti buritì, diventa metafora del mondo e ciò che vi accade diventa metafora dell’umanità e dei comportamenti umani.

A fare da elemento conduttore di tutta la vicenda è lo scontro, sanguinoso, tra bande jagunços, una via di mezzo tra il cowboy americano e il bandito, che ha caratterizzato a lungo la storia di quelle regioni del Brasile.

A narrare la storia in prima persona è Riobaldo, che si rivolge ad una terza persona, probabilmente chi sta trascrivendo il suo flusso di coscienza, chiamandola “Vossignoria”. Riobaldo non un jagunços per nascita, ma deve vendicare la morte di suo padre e, dunque, nonostante lo desideri resterà a compiere scorribande nel Sertão al fianco dell’inseparabile amico Diadorim.

Narrato con un linguaggio a volte astruso, a volte di una poesia inimitabile, e a volte con salti temporali in avanti o indietro nel tempo, Grande Sertão può ricordare, come stile narrativo, Céline.

Grande Sertão è un romanzo che ci fa scoprire un volto meno noto e meno rappresentato, ma non per questo meno magico e affascinante, del Brasile.

La preparazione dell’epilogo, poi, e l’epilogo stesso varrebbero, da soli, l’intero romanzo. Il colpo di scena a cui il lettore si trova di fronte è quasi incredibile e, però, di una bellezza e di una potenza emotiva inarrivabili.

E’ un libro datato (in Brasile uscì nel 1956) ma irrinunciabile!