Holmes e le iene di Lucarelli

Il tempo delle Iene_Holmes“Non c’è niente di più innaturale dell’ovvio”, celebre frase che Sherlock Holmes pronuncia nel racconto Un caso di identità, è il ritornello – passatemi il termine musicale – che si ripete con frequenza nelle pagine de “Il tempo delle iene” (Einaudi), ultimo romanzo di Carlo Lucarelli. La frase non la si incontra per caso nelle pagine di questo racconto giallo, ambientato nella colonia di Eritrea agli inizi del 1900, di cui sono protagonisti il capitano dei carabinieri Colaprico e il suo assistente, il brigadiere indigeno Ogbà. No, la frase la si incontra per due motivi, indipendenti l’uno dall’altro fino all’epilogo della storia. E i motivi sono i seguenti: la passione del capitano Colaprico per le storie di Sherlock Holmes, e il modo di ragionare e di osservare le cose del brigadiere Ogbà.

Prima di seguire il filo holesiano del libro, un rapido accenno alla trama. Con una sequenza velocissima, quattro morti: tre indigeni e il marchese Carlo Maria Sperandio, impiccati a un ramo di un imponente sicomoro. Suicidi? E poi la morte di una vecchia indigena che vive isolata dal villaggio, ma vicina al sicomoro, accanto al cui corpo vengono rinvenuti un coltello a serramanico e un dito umano (un indice, per la precisione, e non un pollice di holmesiana memoria). Omicidio, certo. E poi la vicenda di una concessione agricola che forse nasconde ben altro, e altre morti e una galleria di vicende e personaggi intrise di politica e affarismo che sembrano un gioco di specchi con la realtà. E in tutto questo, appunto, Sherlock Holmes.

Lucarelli, in una recente intervista informale a Repubblica, aveva annunciato che questo romanzo – il secondo della serie con Colaprico ed Ogbà – era un omaggio a Doyle e alle sue creature letterarie. Così è, in effetti, fin dalle prime pagine del libro. Colaprico definisce Ogbà il suo Sherlock Holmes. E Ogbà pensa che prima o poi dovrà chiederglielo, al capitano, chi è quest’uomo a cui lo paragona sempre. Ma intanto Lucarelli ci svela che Colaprico legge le storie di Doyle direttamente in inglese, perché un amico londinese gli spedisce regolarmente lo Strand Magazine. E poche frasi dopo, mentre nel suo chiuso della sua camera riflette in solitudine sulla sequenza dei suicidi, Ogbà pensa, ignorando di formulare un pensiero del celebre Sherlock Holmes, che “non c’è niente di più innaturale dell’ovvio”.

E così che parte il gioco letterario dell’omaggio a Doyle, che prosegue, con altre citazioni e altri rimandi inconsapevoli, in altre pagine del libro. Fino alle ultime frasi dell’epilogo, dove nel corso di uno spassoso dialogo tra i due protagonisti, Ogbà trova il coraggio di chiedere lumi su Sherlock Holmes.

Al di là di questo omaggio ad Holmes, che mi ha fatto molto piacere, il romanzo di Lucarelli si fa apprezzare per la scrittura – davvero efficace e piacevole -, per la caratterizzazione dei personaggi – anche quelli di contorno -, e per le descrizioni evocative di questo angolo d’Africa. Ho trovato un po’ meno efficace la trama gialla, che solo perché viene sacrificata un po’ troppo – a mio giudizio, ovvio -, per lasciare spazio all’azione. Perché è innegabile, accanto alle altre virtù del libro, il ritmo che Lucarelli impone alla storia è affascinante e coinvolgente. E Holmes o non Holmes, alla fine, “Il tempo delle iene” è davvero un libro da leggere.