Radio città perduta, un filo di speranza

Radio città perduta

L’incipit di Radio città perduta (Einaudi), romanzo del 2011 dello scrittore peruviano Daniel Alarcón, nella sua essenzialità di informazioni e di scrittura senza fronzoli, stuzzica subito la curiosità del lettore:

“Quel martedì mattina interruppero la trasmissione di Norma perché un ragazzino era stato scaricato davanti alla sede della radio. Era silenzioso e magro e aveva in mano un biglietto. Alla reception lo fecero passare. Fu convocata una riunione”.

Chi è Norma? E quel ragazzino? Perché il suo arrivo provoca la convocazione di una riunione?

Un po’ di risposte arrivano dalla quarta di copertina:  “Norma è la voce più amata del paese: conduce Radio città perduta, un programma notturno in cui legge i nomi delle persone scomparse durante i dieci anni di guerra civile e repressioni governative che hanno diviso amici, amanti e famiglie…”

L’arrivo di Victor alla radio e nella vita di Norma apre la via dei ricordi dei protagonisti, del flusso di coscienza rispetto agli eventi terribili che si sono scatenati con la guerra civile e la nascita della dittatura, del racconto di una realtà che evoca il dramma storico delle dittature militari sofferte dall’America latina in anni ancora troppo recenti.

Il libro non ci dice in quale Paese è ambientato il racconto. Non ci dice il nome di alcuna città, di alcun villaggio. Anzi, i villaggi, dal momento in cui è scoppiata la guerra civile e si è instaurata la dittatura, non hanno più nemmeno un nome. Sono contraddistinti da un numero. Perché quando si perde la libertà personale, quando vince la prevaricazione del più forte, l’identità delle persone e dei luoghi perde di senso.

Anche in Radio città perduta, del resto, per gli oppositori c’è un luogo inabitabile e violento che sa tanto di campo di concentramento. Si chiama la Luna. Un nome scelto non a caso, ma che serve a dare il senso di distanza dalla terra e da una condizione di vita terrena e umana a cui gli oppositori del regime sono condannati.

La trasmissione Radio città perduta è la speranza alla quale Norma è da sempre aggrappata per ritrovare le tracce del marito scomparso.  La stessa speranza a cui sono aggrappati i poveri che abitano la periferia della capitale e i nullatenenti che popolano i villaggi della giungla.

Libri come quelli di Alarcón scavano l’anima. Perché c’è dentro il dolore e la disperazione di popoli interi. Perché c’è la voglia disperata e invincibile di conoscere il destino delle persone amate e “scomparse”, senza sapere il quale continuare a vivere è solo un esercizio di sopravvivenza stentata e senza senso. Perché ci dicono che a contribuire alla sconfitta dell’umanità, troppo spesso, è solo il chiudere gli occhi per negarsi la realtà.

E Radio città perduta, ci suggerisce l’autore senza mai esplicitarlo, è l’esempio che una voce, anche una voce sola, potrebbe essere dirompente per mettere in crisi il potere e le violenze che lo sostengono.

La scrittura asciutta e lucida di Alarcón, rende Radio città perduta uno dei romanzi più belli degli ultimi decenni. Di libri così, con questa capacità di affabulazione che però costringe a pensare e a mettere in gioco le proprie emozioni, ormai se ne incontrano pochissimi.

Io l’ho letto tutto d’un fiato. E quando l’ho finito, l’ho sistemato sullo scaffale dove conservo i libri che mi hanno lasciato un segno dentro l’anima.