Sherlock Holmes risolve il mistero del Prince College

Il mistero del Prince College_Sherlock HolmesQualche settimana fa avevo segnalato l’uscita di un apocrifo che aveva attirato la mia attenzione, in maniera particolare, per la copertina Canonica che più Canonica non si può. La grafica, infatti, riproduceva quella di uno dei numeri a colori dello Strand Magazine, la rivista che dal 1891 al 1927 pubblicò la quasi totalità dei racconti e dei romanzi di Arthur Conan Doyle che hanno per protagonista Sherlock Holmes. Mi riferisco a “Il mistero del Prince College” (Edizioni Leima) di Davide Camarrone, romanzo breve che apre la collana “221B” dell’editore siciliano e che è risultato essere una piacevole lettura, cosa mai scontata di fronte agli apocrifi reperibili in libreria.

Intanto, anche se in estrema sintesi, un accenno alla trama. Siamo nell’inverno del 1897. A Baker Street arrivano due messaggi, firmati Dante, che annunciano che al Prince College di Oxford sta per consumarsi un omicidio. E tutto accadrà la notte della “Battaglia”, la corsa a cavallo in costume medievale – illegale ma tollerata dalle autorità scolastiche – che oppone le quattro residenze del Prince College. La corsa si ispira alla battaglia di Montaperti, storico scontro tra Firenze e Siena del 1260, che i senesi, vincitori sul campo, decisero di celebrare istituendo il Palio. Sherlock Holmes e il dottor Watson si mettono subito in moto e, giunti sul posto, scoprono che, nel frattempo, uno studente è scomparso nel nulla. E così prende avvio l’indagine, che porterà i Nostri in uffici postali, pub, negozi di armi, carceri (dove Holmes incontra Oscar Wilde)… Fino, ovviamente, alla soluzione finale.

In seconda battuta, le qualità estetiche del prodotto: confermato il giudizio positivo sulla copertina, aggiungo che mi sono piaciute la qualità della carta e il formato del libro (praticamente le misure di una cartolina postale), che ne fanno un vero tascabile (sta agevolmente nella tasca posteriore dei jeans).

E arriviamo al contenuto. Si comincia a leggere la storia e si resta piacevolmente sorpresi. Le pagine propongono non due stereotipi di Sherlock  Holmes e del suo amico Watson ma due personaggi che, nello schema delle caratteristiche affidate loro da Doyle, risultano vivi, vivaci e, per alcuni aspetti, nuovi. Camarrone, insomma, penso mentre le pagine scorrono via, ha fornito una sua interpretazione degli eroi di Baker Street così come ogni autore di apocrifi dovrebbe fare.

La storia, al pari di molte delle avventure di Sherlock Holmes narrate da Watson, è semplice e complicata a un tempo. Semplice perché non ci sono troppi fronzoli letterari e perché si entra subito nel cuore del mistero che Sherlock Holmes deve risolvere. Complicata perché la mente di Sherlock Holmes si nutre di misteri fuori dell’ordinario e la lettura degli eventi e degli indizi è architettata in modo tale che le sue doti investigative– proprio come dev’essere – ne escano esaltate al momento in cui rivelerà la soluzione del caso. E la lettura va spedita. La prosa watsoniana c’è, il ritmo anche.

Poi arrivano le pagine finali e, sì, il libro conferma tutto il buono letto fin qui e convince.

Proprio nelle pagine finali, ai puristi sherlockiani – e io devo annoverarmi fra questi – potrebbe però saltare agli occhi un piccolo neo capace, vista la qualità del racconto, di lasciare un po’ d’amaro in bocca. C’è un passaggio, infatti, in cui Watson afferma che Sherlock Holmes ha fatto ricorso all’ipnos, per ottenere delle informazioni. Al riguardo non ci sono accenni nel Canone. Però…

Però, rammentando uno scambio di mail che avevo avuto con l’autore prima di comprare e leggere il libro, mi è tornato in mente che Camarrone mi aveva parlato di citazioni canoniche e apocrife… Ho pensato allora che la citazione dell’ipnosi volesse richiamare un famoso romanzo apocrifo. Tuttavia, mi sono detto, non posso essere io a fornire una spiegazione. La citazione, se davvero c’è e se davvero è quella che penso, deve confermarla l’autore.

Così, ho scritto di nuovo a Camarrone. Gli ho fatto i complimenti per il libro (le ragioni le ho già esposte sopra) e poi ho insinuato il mio però… “Ho notato solo una stonatura… Il ricorso all’ipnosi per ottenere una confessione… questo non è molto sherlockiano…”. La risposta di Camarrone, per fortuna, è stata quella che mi aspettavo: “L’ipnosi è una violazione consapevole. Un richiamo a Meyer, per Freud, ma anche un modo per attribuire, o meglio rendere evidente, che il coté intellettuale di quella fine Ottocento era davvero straordinario. Alla scientificità autentica di Conan Doyle non guasta, e Meyer coglie il nesso, un link con il metodo analitico di Freud. Tutto qui. Un gioco che in realtà è un tentativo di lettura, una citazione e infine, naturalmente, un omaggio”. Dunque, avevo visto giusto, in quel passaggio all’apparenza poco sherlockiano, c’era un omaggio a “Soluzione sette per cento” di Nicholas Meyer.

E allora, consiglio davvero la lettura de “Il mistero del Prince College”, una piacevole e bella lettura per le vacanze.

Sherlock Holmes, in arrivo un nuovo apocrifo

Il mistero del Prince College_Sherlock HolmesTrovo l’annuncio su Twitter e Facebook: a giugno uscirà una nuova avventura di Sherlock Holmes: “Il mistero del Prince College”. L’ha scritta David Camarrone ed inaugurerà la collana 221B delle Edizioni Leima, piccolo editore siciliano che, a giudicare dal suo blog, ha le idee chiare su cosa significhi essere una casa editrice: niente contributi da parte dell’autore, niente self-publishing ma un rapporto di fiducia tra editore e autore per diffondere la cultura… Anche solo per questo, anche senza Sherlock Holmes, avrebbe meritato la mia attenzione.

Secondo la pagina Facebook dell’editore, siamo di fronte a “un nuovo mistero per la mente più formidabile dell’Inghilterra vittoriana!” e la collana 221B, “interamente dedicata al  detective più conosciuto al mondo” è frutto di un’idea dello scrittore che la inaugura. Il che lascia pensare che seguiranno altri titoli dedicati a Sherlock Holmes.

Chiudo con una nota sulla copertina. Come gli appassionati avranno notato, si tratta di un reprint di una delle copertine dello “Strand Magazine”, la rivista che in epoca vittoriana pubblicava le storie di Sherlock Holmes. E’ una promessa di rispetto del Canone holmesiano che lascia ben sperare. Del resto, mi ha scritto l’autore via mail, “io sono abbastanza ortodosso. Ho rispettato il canone e il linguaggio. Ma ci sono cose nuove. Nel personaggio, nei temi, nella psicologia…”.

Be’, esattamente ciò che dovrebbe essere un buon apocrifo. Per questo sono molto curioso di leggerlo. Meno male che giugno, ormai, è alle porte.

Mafia, un’indagine del commissario Garbo

L'ultima indagine del commissario _ mafiaIl tramonto della Bella Epoque accompagna quello anagrafico del commissario Garbo, cavaliere del Regno che si sveglia ogni mattina con fatica, stretto da un abbraccio di tristezza e malinconia. Siamo in Sicilia. Per la precisione a Monreale, un tiro di schioppo da Palermo. L’anno è il 1911. E la mafia è l’unica realtà che, immune a tutto, gode di ottima salute. E’ questo lo scenario in cui si svolge la trama di L’ultima avventura del commissario (Sellerio), il nuovo romanzo del giornalista Davide Camarrone.

La vicenda è, come si addice a cose di mafia, intricata e piena di mezze verità, di detto e non detto, di apparenze e accadimenti sottotraccia. Ecco come la descrive la scheda editoriale:

Maggio 1911. In quel di Monreale, a un passo dal capoluogo, è sparito l’agente La Mantia, di recente incaricato di un’azione di infiltrazione nella mafia per mandato della Procura del Re. Il Commissario Garbo scopre subito che un altro delitto importante può essere collegato al fascicolo La Mantia. E dietro il tutto, scompare e compare un altro mistero, ancora più torbido perché stavolta riguarda il Palazzo. L’integerrimo Procuratore del Re Diotallevi aveva subito qualche tempo prima un incomprensibile attentato. Se tutto questo si collega, non può che esserci una maledetta commistione: mafia, affari, poteri occulti, indicibili interessi. Come un apprendistato di futuri sviluppi e future raffinate strategie.

Ed ecco un passo significativo del libro:

I crimini più odiosi si realizzano in silenzio tra un omicidio e l’altro. Era proprio nei tempi di quiete che occorreva occuparsi di quelle ostilità e di quei commerci, se si voleva dare un senso al sangue che di tanto in tanto colava dai marciapiedi.

Un’indagine serrata e solitaria che piega “verso una di quelle rivelazioni che chiudono un tempo per sempre. Il suo. E forse anche il nostro”.