Neron Vukcic, ovvero Nero Wolfe

Il trio dell'Arciduca_Nero WolfeDici Nero Wolfe e tutti sanno di chi stai parlando. Ma se dici Marko Vukcic, solo i cultori del pachidermico investigatore creato da Rex Stout sanno che questo è il vero nome di una delle menti più brillanti della letteratura gialla. Così, quando nella quarta di copertina de “Il trio dell’Arciduca” (Bollati Boringhieri) di Han Tuzzi, giallista italiano di grande spessore, ho letto il nome Neron Vukcic ne sono rimasto subito attratto. E la prima cosa che ho fatto, ovviamente, è stata quella di verificare che non stessi prendendo un abbaglio. E devo dire che no, non era un abbaglio. L’investigatore che appare dopo poche pagine, appena ventunenne, è sicuramente l’uomo che, una volta trasferitosi negli Usa, diventerà Nero Wolfe. Tuzzi ce lo propone con camicia gialla e labbra serrate che muove avanti e indietro (due caratteristiche tipiche del personaggio di Stout) e corpulento (anche se non ancora pachidermico). E del resto, anche un’altra informazione tende a sovrapporre il Wolfe di Stout e il Vukcic di Tuzzi: montenegrino il primo, balcanico il secondo.

Stessimo parlando di Sherlock Holmes (su cui Tuzzi esprime un giudizio, ma in generale sugli inglesi, non proprio lusinghiero) diremmo che siamo di fronte ad un apocrifo. E forse, in definitiva, non sbaglieremmo a catalogare così nemmeno “Il trio dell’Arciduca”. Del resto, Wolfe è stato protagonista di una serie di romanzi apocrifi scritti da Robert Goldsborough. E quello di Tuzzi potrebbe essere tranquillamente catalogato così, con la particolarità che ci svelerebbe, quando Wolfe ancora non aveva assunto il nome che lo ha reso celebre, la prima indagine dell’investigatore.

Sulla trama, come sempre quando si parla di gialli, non voglio addentrarmi e mi limito a riportare la scheda editoriale:

Giugno 1914: un mercante levantino viene trovato annegato nelle acque del porto di Trieste. Alla «Porta d’Oriente» dell’impero austroungarico il mercante non si era recato soltanto per commerci ma anche per incontrare un giovane agente segreto imperialregio, del quale era informatore. E il giovane agente segreto, Neron Vukcic, sospetta subito che quella morte non sia accidentale. Inizia così un’indagine che si trasforma ben presto in un percorso a ritroso, basato su indizi e deduzioni, che dall’ultima tappa toccata dal mercante prima di morire, Sarajevo, conduce Vukcic a Istanbul, la grande capitale dell’impero ottomano che allora si chiamava ancora Costantinopoli. La missione di Vukcic prosegue, piena di pericoli senza nome, in un continuo incrociarsi di spie di tre diversi imperi destinati a scomparire di lì a poco – l’austriaco, il turco, il russo – di membri di società segrete nazionaliste, danzatrici di successo internazionale, attentati e agguati, mosse e contromosse che tutte, in quel caldo giugno 1914, lì riconducono: a Sarajevo. Dove i servizi segreti delle grandi potenze hanno innescato un gioco più grande di loro.

Tanti ingredienti e una trama avvincente. Da leggere.

Melis e l’enigma del passato

Un enigma del passato _ MelisScrittura raffinata, rimandi e citazioni letterarie colte, struttura elegante e mai banale. Parlo di Hans Tuzzi, pseudonimo del milanese Adriano Bon che la sua firma, tanto per non smentire le qualità a cui accennavo nelle prima riga, l’ha tratta dalle pagine de L’uomo senza qualità di Robert Musil. Docente universitario, bibliofilo, editore, dandy, Hans Tuzzi è autore di gialli – protagonista il commissario Norberto Melis – che si leggono tutti d’un fiato e che scavano in profondità nell’animo umano e, soprattutto, nell’anima dell’Italia. Succede anche con l’ultimo Un enigma del passato (Bollati Boringhieri), uscito già da diversi mesi ma assolutamente da leggere.

Un giallo, come ho sottolineato molte volte, non lo si può raccontare. Il lettore perderebbe il gusto della lettura, l’attesa della scoperta degli indizi, dei colpi di scena, della rivelazione. E allora, per inquadrarlo, ecco la scheda editoriale:

Le valli dell’Alto Verbano, primavera 1986. Un paese come tanti, piccolo, grazioso, raccolto, pronto ad accogliere i turisti come ogni estate. Ma questa non si annuncia un’estate come le altre. Non capita tutti gli anni, infatti, di fare un macabro rinvenimento come quello che degnamente conclude la conferenza del professor Maldifassi sulle streghe di Druogno. Così il commissario Norberto Melis, ospite occasionale al seguito della compagna Fiorenza, viene incaricato dai superiori di dare una mano ai locali rappresentanti della legge. Per scoprire quasi subito, fra cene squisite e gite fra i boschi, quanto quel paesino da fiaba e i suoi decorosi e compiti abitanti celino segreti, invidie, rancori, antipatie, ostilità. E che, come sempre accade, il presente affonda le proprie radici nel passato, un passato ormai lontano. Ma scavare nel passato, si sa, può diventare molto pericoloso. Soprattutto quando quei giorni remoti vennero macchiati dal sangue. La nuova, inedita indagine del commissario Melis conferma tutti gli ingredienti che hanno fatto amare ai lettori le precedenti: un linguaggio che, tra il dolente e l’ironico, mischia continuamente alto e basso, l’attenzione all’arte culinaria, una vicenda gialla alquanto intricata che si dipana per piccole intuizioni, con un insoluto crimine commesso durante l’ultima guerra che getta la propria ombra sul delitto contemporaneo, e un complicato puzzle di identità da comporre con le tessere di vittime e colpevoli.

E in effetti, Norberto Melis si fa amare. Anche lui, come il suo autore, non banale, non allineato, singolare.

Un libro davvero da leggere.