Pemberley diventa scena di un giallo

morte a PemberleyNon è esattamente una nuova uscita quella che segnalo oggi. “Morte a Pemberley” romanzo di P.D. James per la traduzione di G.M. Griffini, era uscito nel 2013 ma adesso Mondadori lo ripropone nella collana economica Best Sellers. Rimedio, così, a una dimenticanza involontaria. Mi sono concentrato quasi esclusivamente su Sherlock Holmes e, complice la mancanza di tempo, ho finito per oscurare questo giallo che ha per protagonisti i personaggi di “Orgoglio e pregiudizio”, uno dei capolavori di Jane Austen, scrittrice che sta stabilmente fra i miei cinque autori preferiti.

Per la trama, che ovviamente non andrà oltre all’enunciazione del mistero (altrimenti il gusto di leggere un giallo dov’è?) ricorro alla chiara ed esplicativa scheda editoriale:

Inghilterra, 1803. Sono passati sei anni da quando Elizabeth e Darcy hanno iniziato la loro vita insieme nella splendida tenuta di Pemberley. Elizabeth è felice del suo ruolo di padrona di casa ed è madre di due bellissimi bambini. La sorella maggiore Jane, cui lei è legatissima, vive nelle vicinanze insieme al marito Charles, vecchio amico di Darcy, e il suo adorato padre, Mr Bennet, va spesso a farle visita. Ma in una fredda e piovosa serata d’ottobre, mentre fervono gli ultimi preparativi per il grande ballo d’autunno che si terrà il giorno successivo, l’universo tranquillo e ordinato di Pemberley viene scosso all’improvviso dalla comparsa di Lydia, la sorella minore di Elizabeth e Jane. In preda a una crisi isterica la giovane donna urla che suo marito, l’ambiguo e disonesto Wickham, non gradito a Pemberley per la sua condotta immorale, è appena stato ucciso proprio lì, nel bosco della tenuta. Di colpo, l’ombra pesante e cupa del delitto offusca l’eleganza e l’armonia di Pemberley, e i protagonisti si ritrovano loro malgrado coinvolti in una vicenda dai contorni drammatici.

La firma di P. D. James, prolifica giallista inglese e membro della Camera dei Lord, è sinonimo di garanzia. “Morte a Pemberley” ne è una conferma.

Jane Austen scrittrice sconveniente

Jane AustenLo scorso mese di agosto sono partito per l’Inghilterra, per un viaggio sulle tracce di Sherlock Holmes e del suo creatore, lo scrittore Arthur Conan Doyle. In cerca di luoghi, situazioni, emozioni. Con mia grande sorpresa, tuttavia, una delle emozioni più intense e inaspettate del viaggio me l’ha regalata un angolo della bellissima cattedrale di Winchester. È uno scampolo magico di pavimento e di parete nella navata sinistra della chiesa, non molto distante dall’ingresso. Sul pavimento di marmo bianco spicca una lapide dello stesso materiale ma di colore scuro, tra il grigio e il nero. È la tomba di Jane Austen, una delle più grandi, profonde e ironiche scrittrici inglesi. Sul lato sinistro della tomba, sulla parete, scintilla un’altra lapide – d’ottone – anch’essa dedicata alla Austen, e sopra di essa una finestra decorata. Ai piedi della targa d’ottone, fiori. Tanti fiori.

Lo confesso, mi sono commosso.

Vi chiederete: “Ti sei commosso per la tomba della Austen? Che ti è accaduto, allora, quando hai avvistato, sotto i bassi rami di un albero, quella del tuo ‘adorato’ Conan Doyle?”

Le domande, se ve le siete poste, sono legittime. Ma spero che riuscirò a spiegarvi perché, da questo angolo della cattedrale di Winchester scaturiscano tante emozioni.

Sulla lapide della tomba sono scolpite queste parole: “In memoria di Jane Austen, ultimogenita del defunto reverendo George Austen, già rettore di Steventon in questa regione. Ha lasciato questa vita il 18 luglio 1817, all’età di 41 anni, dopo una lunga malattia, sostenuta dalla pace e dalla speranza cristiana. Grazie alla benevolenza del suo cuore, la dolcezza del suo temperamento e le straordinarie doti della sua mente ha guadagnato il rispetto di tutti coloro che la conoscevano e il più caloroso amore da parte di chi le ha vissuto accanto. Il loro dolore è in proporzione al loro affetto; sanno che la loro perdita è irreparabile, ma nella loro profonda afflizione sono consolati dalla ferma e umile speranza che la sua carità, la devozione e la purezza hanno permesso alla sua anima di essere accolta alla vista del Redentore”.

La lunga epigrafe non fa mai cenno all’attività che occupò l’intera esistenza di Jane Austen: la scrittura. Non si dice mai che fu una scrittrice. Si fa accenno alle “straordinarie doti della sua mente”, ma è davvero troppo poco per intuire che quella era la tomba di una narratrice geniale e straordinaria. Tuttavia, leggendo sapevo che quando quella lapide fu posta a sigillo della sua tomba, nessuno avrebbe potuto scrivere qualcosa di diverso. Secondo i canoni della società dell’epoca, sebbene la Austen non fosse un caso unico, una donna scrittrice non era concepibile. Non lo si poteva dichiarare pubblicamente. Una donna non poteva essere un personaggio pubblico. Non poteva esporsi al di fuori della propria cerchia familiare e delle proprie conoscenze dirette. Doveva essere anonima. E difatti la Austen firmò il suo primo romanzo – “Ragione e sentimento” – con la formula “By a Lady” (“Di una Signora”), e i successivi con la formula “By the author of…” (“Dall’autore di…”). Era inevitabile che la sua attività di scrittrice non venisse menzionata sulla lapide della sua tomba. E la sensazione che ho provato è stata di turbamento, di dispiacere. Perché la scrittura fu l’unico, immenso e irrinunciabile amore che Jane Austen coltivò per tutta la sua breve amore. E tenerlo nascosto suona come una condanna. Sembra quasi che così si sia voluta cancellare l’eresia di aver voluto vivere una vita libera e tutta dedicata al suo unico amore.

Poi, ci si sposta verso la targa di ottone affissa alla parete e ci si sente invadere da un moto di dolcezza e di felicità. Qui, finalmente, è scolpito a chiare lettere che fu una scrittrice. “Jane Austen. Nota a molti per i suoi scritti, – recita l’epigrafe – cara alla sua famiglia per il multiforme fascino del suo carattere e nobilitata dalla sua fede cristiana, nacque a Steventon, nella contea di Hants, il 16 dicembre 1775 e fu sepolta nella cattedrale il 18 luglio 1817. ‘Ella apre la bocca con saggezza e la sua lingua è la legge della bontà’”.

Questo sacrosanto riconoscimento pubblico avvenne nel 1870, per volontà del nipote della Austen, Edward. Per finanziare la realizzazione e la posa della targa in ottone, il nipote usò i proventi di un libro che egli scrisse per celebrare la vita e l’opera della zia.

Nel 1900, infine, grazie a una pubblica sottoscrizione lanciata e sostenuta dai lettori della Austen, sopra la targa fu anche realizzata una finestra decorativa, da cui filtra una luce che illumina, finalmente, la figura della grande scrittrice.

Mi è parsa una storia incredibile. Una di quelle storie in cui il protagonista deve rinunciare allo sguardo delle persone e deve attraversare un deserto buio prima di potersi mostrare con il suo volto, il suo nome, la sua anima. È questa storia che mi ha commosso. Una storia che, una volta di più, ci pone di fronte ai pregiudizi della società nei confronti delle donne, della loro sensibilità, della loro intelligenza, della loro creatività, del loro buon senso. Tutte doti che Jane Austen possedeva e che ha trasferito nelle protagoniste dei suoi romanzi.

Un’ultima cosa. Se non avete mai letto nulla della Austen, leggete almeno un suo libro. Magari l’arcinoto “Orgoglio e pregiudizio”, di cui quest’anno ricorre il 200° anniversario della pubblicazione. Scoprirete una scrittrice raffinata, profonda e ironica la cui conoscenza dell’animo umano – maschile e femminile – è stata eguagliata davvero da pochissimi suoi colleghi.

Pubblicato il 14.10.2013 su www.toscanalibri.it

Gli ultimi giorni di Jane Austen

carrozza_jane_austenUsciva duecento anni fa uno dei romanzi più noti e più belli della letteratura mondiale, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austin, scrittrice con “S” maiuscola, profonda, sensibile, ironica, capace di leggere negli interstizi più nascosti dell’animo umano. Ovviamente, consiglio a tutti la lettura del capolavoro della Austen, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Il bicentenario di Orgoglio e pregiudizio è, semmai, l’occasione per segnalare il recentissimo Una carrozza per Winchester (Fazi Editore), di Giovanna Zucca, perché la protagonista del romanzo è proprio Jane Austen, di cui qui si narrano gli ultimi, dolorosi giorni di vita.

La biografia della Austen ci dice che la scrittrice, affetta da una malattia di cui nessuno riesce a capire le cause, abbandona la casa di Steventon e, accompagnata dalla sorella Cassandra, si reca a Winchester, per essere più vicina all’ospedale. Qui prende residenza in College Street, a pochi passi dalla bellissima cattedrale gotica in cui venne sepolta dopo la morte.

Il romanzo della Zucca ci fornirà queste informazioni nel corso dello svolgersi della trama, perché la vicenda si apre con la Austen che già vive nella casa di Winchester, prostrata dal male, ma non abbattuta nello spirito e sempre ossessionata – e lo dico in termini positivi – dal sua grande amore: la scrittura. Nel corso della vicenda la Austen incontrerà anche un altro amore. Quello vero. Quello che per tante volte la sua penna aveva fatto vivere alle protagoniste dei suoi romanzi.

Ecco cosa dice la scheda editoriale:

1817. Jane Austen, affetta da un’oscura malattia, trascorre le sue giornate nella casa di Winchester nel disperato tentativo di concludere il suo ultimo romanzo. La sua vicina di casa, la giovane Angelica Winnicott, scrive a Londra all’amica Jane Mary perché convinca suo padre, il famoso dottor Addison, a intervenire in favore della nota e amatissima autrice. Sir Addison accetta di recarsi a Winchester dove si prodiga per aiutare la scrittrice, assistito dai fratelli di lei, Cassandra e Henry. Con l’aiuto del collega Hodgkin, sir Addison scoprirà le cause della malattia di Jane ma non riuscirà a curarla. Nel frattempo, tra medico e paziente nascerà dapprima un’amicizia, poi l’amore e insieme decideranno di passare alcuni giorni a Bath. La morte di Jane, tuttavia, metterà fine a tutto portando alla disperazione il dottore. Conosciamo Jane Austen come un personaggio fuori dagli schemi, arguto e brillante, ma in questo racconto romanzato dei suoi ultimi mesi di vita, accanto a questi aspetti, ne emergono altri: la fragilità, la sofferenza e un certo disincanto, oltre alla smisurata passione per la scrittura, lontana da ogni vanità.

Un libro assolutamente da leggere.