Un libro per curarsi con i libri

curarsi con i libri_libroLeggere fa bene all’anima. Leggere ti cambia la vita. Leggere fa sognare… Difficile riuscire ad elencare tutte le virtù e i benefici che può dispensare la lettura. Ci sarebbe da scriverci sopra un libro. Anzi, no. Il libro è già stato scritto da due autrici inglesi: Ella Berthoud e Susan Elderkin. Il titolo? “Curarsi con i libri” a cui si aggiunge un esplicativo sottotitolo: “Rimedi letterari per ogni malanno”. L’editore è Sellerio. La traduzione è di Roberto Serrai, mentre l’adattamento del testo è a cura di Fabio Stassi.

Come è facile capire si tratta di un libro che dispensa consigli – anzi ricette letterarie – per curarsi e guarire grazie alla lettura. Ma forse la scheda editoriale è più chiara di quanto potrebbe essere la mia spiegazione:

Si può curare il cuore spezzato con Emily Brontë e il mal d’amore con Fenoglio, l’arroganza con Jane Austen e il mal di testa con Hemingway, l’impotenza con “Il bell’Antonio” di Vitaliano Brancati, i reumatismi con il “Marcovaldo” di Italo Calvino, o invece ci si può concedere un massaggio con Murakami e scoprire il romanzo perfetto per alleviare la solitudine o un forte tonico letterario per rinvigorire lo spirito. Questo suggeriscono le ricette di un libro di medicina molto speciale, un vero e proprio breviario di terapie romanzesche, antibiotici narrativi, medicamenti di carta e inchiostro, ideato e scritto da due argute e coltissime autrici inglesi e adattato per l’Italia da Fabio Stassi, autore de “L’ultimo ballo di Charlot”. Se letto nel momento giusto un romanzo può davvero cambiarci la vita, e questo prontuario è una celebrazione del potere curativo della letteratura di ogni tempo e paese, dai classici ai contemporanei, dai romanzi famosissimi ai libri più rari e di culto, di ogni genere e ambizione. Queste ricette per l’anima e il corpo, scritte con passione propongono un libro e un autore a rimedio di ogni nostro malanno, che si tratti di raffreddore o influenza, di un dito del piede annerito da un calcio maldestro o di un severo caso di malinconia. Le prescrizioni raccontano le vicende e i personaggi di innumerevoli opere, svelano aneddoti, tratteggiano biografie di scrittori illustri e misconosciuti in un invito ad amare la letteratura.

Ora, al di là del nobile obiettivo curativo che le due autrici si propongono, mi piace segnalare questo libro perché rappresenta un invito alla lettura. E in Italia, lo sanno tutti, si legge poco. Pochissimo.

Ben venga, dunque, un libro che dispensa medicine letterarie. Perché utopicamente mi viene da pensare che se tutti gli ammalati e i sofferenti si curassero seguendo i consigli delle due autrici, di certo, leggere non sarebbe più una rarità.

Ma, visto che siamo in tema di utopie, mi spingo oltre. E dico che se le ricette di questo libro le seguissimo – tutti – quando ancora si è sani, a mo’ di prevenzione, forse non ci ammaleremmo proprio e il mondo, certamente, sarebbe migliore.

Farenheit 451, un libro profetico

Farenheit 451 - libroUn vecchio libro, quest’oggi. Anzi, un vecchio capolavoro. Imperituro. E di un’attualità a dir poco sconvolgente. Mi riferisco a Farenheit 451 (Mondadori) di Ray Bradbury, autore dalle mille sfaccettature e sempre capace di scrivere storie avvincenti.

Farenheit 451 viene spesso catalogato come un romanzo di fantascienza. Se con questa indicazione di genere si intende un libro la cui storia si svolge nel futuro rispetto all’epoca in cui l’autore lo scrisse, allora definiamola pure opera di fantascienza. Io mi limiterei a parlare di un bellissimo romanzo di indagine socio-politica per immaginare il futuro dell’umanità.

L’ho riletto perché lo ricordavo potente e piacevole come infatti ha confermato di essere. E l’ho ripreso in mano, perché i dati sempre più allarmanti sulla diminuzione dei lettori mi ha spinto a verificare l’esatta percezione di alcuni ricordi sulla “nemica” televisione.

Ecco, sì, Farenheit 451 è stato ed è un libro profetico. Il governo pretende che i cittadini guardino la televisione e non abbiamo altro filtro con il mondo. Per questo – come sempre è avvenuto in epoche di oscurantismo o di dittatura – al rogo i libri! Il compito di dare alle fiamme intere biblioteche – pubbliche o di privati cittadini -, ironia della sorte, è affidato a un corpo speciale dei pompieri, per antonomasia preposti a spegnerlo il fuoco, non ad appiccarlo.

Uno dei pompieri impegnato in prima fila nella distruzione dei libri è Montag, sul cui casco spicca il numero richiamato nel titolo, il 451. Montag esegue il suo lavoro con scrupolo. Scova chi si macchia del reato di lettura e mette al rogo i libri sequestrati.

Ma un giorno, gli capita di leggere un trafiletto da un libro che sta per buttare tra le fiamme. E’ una rivelazione. Montag, ignorando le direttive del governo, comincia a salvare libri, a portarli nella sua casa, a leggerli…Finirà lui stesso per essere scoperto e denunciato.

Cosa accade in seguito, raccontato con una linearità e una vivacità di parola da grande maestro della letteratura, è una sorpresa che non può essere svelata.

Farenheit 451, come tutti i grandi capolavori, è un libro che va letto e gustato pagina per pagina.

Bentornato Sarti Antonio!

Sarti Antonio - L'ironia della scimmiaE’ da pochi giorni in libreria L’ironia della scimmia (Mondadori), ultimo romanzo di Loriano Machiavelli che ci popone una nuova avventura di Sarti Antonio, sergente della Questura di Bologna. Un ritorno graditissimo, dal mio punto di vista, perché ho amato molto le storie di Sarti Antonio. Perché è un poliziotto molto umano, con i tic e i sentimenti di una persona normale, che soffre di una solitudine né eccentrica né scontata, che non è un genio dell’arte investigativa ma è attento, meticoloso, tenace. E poi, perché racconta il volto vero di una città, Bologna, senza enfasi e senza indulgenze.

Ma c’è anche un’altra ragione per cui mi piace segnalare questo libro. Machiavelli è stato, di recente, testimonial dell’iniziativa “Porrettana Noir Express“, promossa da tante associazioni locali con i Comuni di Pistoia e Porretta Terme, la Provincia di Pistoia e la Regione Toscana per salvare la linea ferroviaria Porrettana, una linea storica che unisce l’Emilia alla Toscana, che Ferrovie dello Stato vorrebbe dismettere. E chi abita sull’Appennino? Ai loro spostamenti non pensa nessuno? Quindi, bravo Loriano!

Che cosa accade in questa nuova avventura? Niente di meglio che riprodurre, qui, la scheda dell’editore: “Marcella Carlotti, per gli amici Rasputin, è una scaltra e imprendibile ladra. Mette a segno i suoi colpi a Bologna, rubando vetture di lusso che poi usa per rubare quel che più le interessa: opere d’arte. A indagare sul caso è Sarti Antonio, che si ritrova ad ascoltare le lamentele dell’ultima vittima, Giulio Messini, un imprenditore a cui è stata sottratta una jeep Grand Cherokee. Sarti sospetta di Rasputin da anni ma non è mai riuscito a incastrarla con le mani sul volante; tra i due ormai si è avviata una sorta di gara che somiglia quasi a un gioco di seduzione. Questa volta è proprio lei, però, ad aiutarlo a ritrovare la macchina, perché dopo averla rubata per compiere l’ennesimo furto di opere d’arte, si accorge che nel bagagliaio sono stati nascosti un cadavere e un ingente quantitativo di armi, del tipo utilizzato durantela Secondaguerra mondiale. Sarti è inevitabilmente coinvolto in una catena di misteri che lo porteranno a un doppio inseguimento mozzafiato tra le macerie dell’Aquila. Ombre di guerre passate tornano a rivivere, la voce di un misterioso prigioniero echeggia da una grotta: quale inquietante segreto è raffigurato nel quadro rubato da Rasputin?”

Già, qual è il segreto? Questo non lo svelerò. Perché L’ironia della scimmia è un libro che merita di essere letto, e non certo raccontato.

Holmes, Twain e il Far West

storia di doppi e di doppiette - holmesLeggere un libro per la seconda volta, a distanza di tempo, spesso aiuta a mutare il giudizio che se ne era dato a caldo subito dopo la prima lettura. Ma capita anche che le seconde sensazioni non spostino di un millimetro l’asticella delle proprie valutazioni. A me è capitato con Storia di doppi e doppiette. Come Sherlock Holmes fece una brutta figura nel West (Robin), firmato nientemeno che da Mark Twain. Ero rimasto interdetto alla prima lettura, sono rimasto deluso alla seconda lettura.

Certo, parlo da appassionato di Sherlock Holmes. E’ con con questa chiave di lettura che avevo acquistato il libro alcuni anni fa e che oggi l’ho riletto. Il fatto è che le cento pagine di Twain vengono classificate come un apocrifo holmesiamo e invece…

Invece, si tratta di un libro – agile e ben scritto come tutti quelli del grande scrittore americano – in cui Sherlock Holmes è il pretesto letterario per demolire il giallo alla Conan Doyle, che all’epoca raccoglieva un successo di pubblico strepitoso, e per depurare il personaggio Holmes di quelle caratteristiche di antipatia che tanta presa avevano – e hanno – sui lettori.

Twain, insomma, scrive un giallo alla rovescia, pieno di scambi di ruoli e di doppi sensi. Ma, come suo stile, scrive pagine ricche di ironie e satira sociale. E proprio quest’ultima – la satira sociale – è il vero elemento di ricchezza per cui vale la pena di leggere questo libro. Il racconto, infatti, è forse uno degli esempi più belli e profondi per capire quale fosse la condizione di vita dei minatori americani nel 1880.

Insomma, se nel libro non si ricerca il piacere di vivere una nuova avventura di Sherlock Holmes, bensì una storia ambientata nel West in cui fa la sua apparizione anche il formidabile investigatore di Baker Street – sebbene rivisto secondo la sensibilità di Twain – il breve romanzo risulta piacevole e interessante.

Il mio errore, lo ripeto, è quello di volerlo leggere con gli occhi dello sherlockiano appassionato.

Caccia di ombre in Patagonia

Il cacciatore di ombre - libroCi sono libri che si incontrano per caso. Come una conoscenza, un amore. E quell’incontro muta la direzione della nostra vita, ci scava l’anima, ci mette a nudo. È successo all’amico Tito Barbini a bordo della nave rompighiaccio che dalla Terra del fuoco lo avrebbe portato in Antartide. Lì, nella biblioteca di bordo dove tutti i viaggiatori devono lasciare un libro, Tito Barbini ha scoperto un vecchio volume degli anni Trenta del secolo scorso che lo ha folgorato. Era il resoconto di vent’anni di vita in Terra del fuoco del missionario Alberto Maria De Agostini. Quelle pagine lo hanno stregato, tanto che da lì è iniziato un lungo viaggio sulle tracce del prete italiano. E da quel viaggio, intenso e quasi magico, è nato Il cacciatore di ombre (Vallecchi), un libro appassionato e appassionante che sta a metà tra il diario intimo, l’inchiesta giornalistica, la ricerca delle fonti storiche. Un mix che ha prodotto uno dei libri più belli che abbia mai letto in materia di letteratura di viaggio.

Dici Terra del fuoco e Patagonia e viene subito alla mente Bruce Chatwin. Ma Il cacciatore di ombre è altro. Non è un normale libro di viaggio. È la storia del missionario De Agostini, delle terre e delle persone che ha incontrato, delle sue emozioni che finiscono per diventare – rinnovate e o completamente nuove – le emozioni di Tito Barbini.

Dare la caccia alle ombre. Quella di De Agostini – Don Patagonia, come lo chiamano ancora in quelle terre – prima di tutto, partito agli inizi del Novecento da un piccolo paesino delle Alpi novaresi (già, perché suo fratello maggiore è nientemeno che il fondatore della famosa casa di carte geografiche De Agostini – Novara). E infatti il viaggio inizia proprio sulle Alpi, nel cimitero dove il missionario è sepolto. E poi approda a Baires, la capitale dell’Argentina meta di tanti immigrati italiani a cavallo tra l’800 e il ‘900. E poi via, verso la Patagonia e la Terra del fuoco. E qui comincia la caccia alle altre ombre, alle persone e ai luoghi che De Agostini ha incontrato: gli indios (alcune tribù ormai estinte, altre di cui sono sopravvissute solo due o tre discendenti), gli avventurieri (cacciatori di pelli e cercatori d’oro), altri missionari più giovani, artisti, le vette e le baie che De Agostini ha fatto segnare sulle carte geografiche grazie ai suoi rilievi sul campo, i musei dove si conservano circa 40 mila fotografie scattate dal missionario italiano.

E in mezzo a questa ricerca, in questo libro meraviglioso, si incrociano le ombre dei desaparecidos, le vittime della dittatura militare degli Settanta che la Patagonia e la Terra del fuoco ha usato per incarcerare – o far scomparire – gli oppositori.

Il libro di Tito Barbini racconta un viaggio incredibile e magico, pieno di stupore, di felicità e di dolori. Una terra che è vento e freddo, ma che è incredibilmente viva. Un luogo che è la vita stessa. Un resoconto che ti costringe, da semplice lettore, a fare i conti con te stesso.

Un libro così, merita più di mille romanzi.

Un libro-panettone candito di solidarietà

Il panettone libroI libri nascono per trasmettere emozioni. Se accanto a questo c’è anche l’obiettivo di sostenere un progetto per ragazzi che hanno difficoltà di apprendimento scolastico, i libri – o meglio, il libro in questione – meritano un’attenzione particolare. Per questo segnalo, più che volentieri – e mi onoro anche di aver aderito al progetto – l’antologia Il Panettone (Romano Editore) che raccoglie 21 racconti legati al Natale e in particolare al panettone.

Dice il comunicato dell’editore: “21 giornalisti che sono anche scrittori hanno dato la loro disponibilità per creare questa “ricetta” di Natale fatta di racconti; un “impasto” variegato che profuma di festa. 21 giornalisti/scrittori che hanno dato via libera alla fantasia ruotando sullo stesso tema. Una ricetta che ha dato vita ad un libro variegato con “canditi” noir e rosa, uvette dolci e tenere per ragazzi di oggi e di ieri. Dal noir, al fantasy, dai ricordi di famiglia, ai racconti per ragazzi questa miscela letteraria è “lievitata” per  donare aiuto all’Associazione Italiana Dislessia per il progetto ‘Così Imparo’”.

Come si legge nella prefazione del libro, il progetto “Così Imparo” nasce da questa semplice constatazione della realtà: “Oggi la percentuale dei ragazzi affetti da Disturbi Specifici dell’Apprendimento, più nota come Dislessia è del 4% della popolazione in età scolare, vale a dire uno, due bambini per classe. Per questi studenti non è necessario solo il supporto da parte della società e della scuola ma risulta necessario un cambio di prospettiva pedagogico e una ridefinizione del concetto di insegnamento. Gli studenti con DSA sono intelligenti e possono imparare ma non potendolo fare in maniera automatica devono percorrere strade diverse, usare strumenti attivi per studiare e sentirsi valorizzati, incentivati a divenire protagonisti nella scuola, anche con metodologie diverse”.

I libristi ( giornalisti/scrittori)  riuniti in associazione, si sono dati appuntamento in questo volume, per presentarsi al panorama italiano proprio con l’obiettivo di sostenere con convinzione il progetto “Così Imparo”.

Un progetto straordinario nei suoi intenti perché dal mio punto di vista, al di là dell’essere credenti o no, recupera il senso di solidarietà e vicinanza umana che il Natale ha insito nelle sue radici storiche.

Questi i libristi che hanno aderito al progetto: Bracaloni Antonella, Brancale Michele, Capanni Roberta, Casini Bruno, Ceccarelli Elisangelica, Chimenti Tommaso, Ciampi Paolo, Cini Chiara, Curci Beatrice, Daniele Susanna, Fioretto Sara, Gangemi Sebastiana, Grippi Silvana, Lazzerini Marcello, Martinelli Luca, Moschella Duccio, Ricci Emiliano, Settimelli Massimo, Torre Elena, Valbonesi Stefania, Zoi Enrico

Macedonia giallo e noir in salsa pisana

Giallo Pisano 3 libroÈ appena uscito, e lo segnalo molto volentieri, e non solo perché tra gli scrittori c’è anche qualche amico,  Giallo Pisano 3 (Felici Editore), un’antologia di otto racconti gialli, dal serio al faceto, dal medioevo ai giorni nostri, tutti ambientati a Pisa e provincia. E’ un libro fresco, scorrevole e divertente che ha il pregio di rivelarci l’esistenza di altri giallisti pisani al di là dell’ormai notissimo Marco Malvaldi.

Si legge nella seconda di copertina: “I racconti sono di facile e rapida lettura e costituiscono una deliziosa macedonia di colori e sapori, frutto della diversità dell’approccio inventivo dei rispettivi autori e del loro modo di porsi davanti alle cose o agli eventi”. Vero. Un libro di gradevole lettura, un divertente libro di evasione.

Queste, invece, le informazioni che comunica l’editore: “Continua, con questo libro, la fortunata serie dei racconti gialli  ambientati a Pisa e dintorni. Stavolta gli autori sono otto, per altrettanti racconti, diversi l’uno dall’altro per pathos, ambientazione, stile narrativo. Tutti pisani, (città e provincia) per nascita, meno uno, che però vive a Pisa da più di trent’anni. Gli scenari spaziano in senso geografico da Marina a Volterra e, in senso temporale, dal medioevo a oggi”

E questo, invece, è l’indice: Zorro e l’Uomo della Sabbia di Cristiana Bruni, Due lettere incompiute di Sergio Costanzo, L’Antibois di Ubaldo De Robertis, La pietra e la chiave di Francesca Padula, RIS – Psicodramma in cinque atti di Pieantonio Pardi, Un caso banale di Arianna Taddei, Il professore e lo scienziato sotto tiro di Paolo Terreni, Fucile Carcano Mod. 91/38 di Renzo Zucchini

Operazioni di questo genere, per fortuna, hanno ripreso vigore in questi tempi, dopo anni in cui proporre libri di racconti – tanto più antologie di autori vari – era quasi diventato un tabù. L’editoria affermava che i racconti non vendevano… Bé, visti i dati in continua diminuzione dei lettori, anche i romanzi non se la passano bene, in quanto a vendite. Forse, l’uscita di tante antologie, è un modo con cui gli editori tentano una risposta alla crisi di vendita.

Ma quale sia la ragione vera, è un’operazione positiva. Perché la forma racconto è la massima espressione dell’arte della scrittura. Non è facile, in poche pagine, sviluppare una trama convincente e dosare il ritmo della narrazione. E in Giallo Pisano 3 di esprimenti riusciti ce n’è più di uno.

Libro con storie di acida amenità

Zio B. Libro di BenvenutiDa estimatore dei suoi film, ricchi di comicità toscana ma soprattutto di una visione disincantata e a volte amara della situazione in cui ci troviamo a vivere, mi fa piacere segnalare il nuovo progetto artistico di Alessandro Benvenuti che, tra le altre cose propone anche un libro. In realtà, lo spettacolo teatrale (che si arricchisce e si completa con un Cd musicale, un libro, un videoclip e un documentario) è già in tour da qualche mese, ma colgo l’occasione di una recente presentazione a Firenze per parlarne. Lo spettacolo – che dà poi il titolo all’intero progetto – si chiama “Zio B. Storie di acide amenità“, mentre il libro si intitola  Zio B. La mia versione dei fatti.

Come si legge nel comunicato stampa di presentazione: “Il progetto si propone attraverso le doti artistiche di Alessandro Benvenuti, la capacità comunicativa del teatro, della musica e della narrativa, di stimolare una riflessione sugli ultimi 50 anni di storia del costume italiano. Propone di fare un break di analisi per ripartire guardando la realtà con occhi nuovi e puliti. L’espressività del teatro, la profondità emotiva di comunicazione della musica e l’interiorità della narrativa, sono la miscela di elementi che caratterizzano il progetto stesso. Per dare lucidità al progetto si parte da un’idea semplice, frammento di storia quotidiana dell’infanzia di Alessandro Benvenuti, percorrendo la sua vita fino ad oggi, come esempio comune, per guardarsi indietro e sviluppare nel futuro ciò che di positivo siamo stati”.

Che “Zio B.” possa far saltare alla mente il cognome dell’ex presidente del Consiglio è, ovviamente, tutt’altro che casuale.

Insomma, la comicità per ridere ma soprattutto per guardare alla nostra storia recente in modo da trarre indicazioni utili per il futuro. Perché nel nostro passato ci sono stati momenti positivi, ma la crisi attuale (politica ma soprattutto di valori) ci obbliga a interrogarci su ciò che vogliamo diventare, migliorando le cose che si possono migliorare e, in definitiva, ritrovando la gioia di vivere che sembra abbiamo tutti smarrito per strada.

Il mistero che Dickens non risolse

Il mistero di Edwin DroodI “grandi” della letteratura – ma è vero per i “grandi” in generale, qualsiasi sia l’arte in cui si sono cimentati – forse sono tali non solo per il valore della loro opera, ma anche perché ci hanno lasciato in eredità almeno un mistero che non riusciamo a risolvere.

C’è uno scrittore che, da questo punto di vista, rappresenta un caso paradigmatico. Si tratta di Charles Dickens che alla sua morte, nel 1870, ci lasciò in eredità l’incompiuto Il mistero di Edwin Drood, di cui la casa editrice Gargoyle Books ha curato una nuova edizione proprio quest’anno, per celebrare i duecento anni della nascita dell’autore.

Il grande scrittore ci annuncia un mistero (lo fa con la scelta del titolo del suo romanzo) e ci lascia con un mistero irrisolto (perché la morte gli impedì di scrivere il finale del libro).

Tutto inizia in una fumeria d’oppio di Londra… e già a partire da questa scelta, viene da pensare, è ovvio che la storia non può che portarci che verso un labirinto di enigmi… La fumeria, con le sue nebbie e i deliri dei clienti, è una parte essenziale dell’enigma, ma in realtà è l’animo umano ad essere avvolto da una nebbia ancora più fitta e impenetrabile. E’ questo il mistero  che da sempre indagano gli scrittori: l’animo umano. E nel romanzo, infatti, si incontrano tanti personaggi, che agiscono in un vicino paese di campagna, e tutti alle prese con il gioco mai chiaro delle relazioni personali, degli amori, delle gelosie…

Edwin Drood, giovane ingegnere promesso sposo di Rosa, scompare improvvisamente, senza lasciare traccia. La trama ci ha già fatto conoscere carattere e rivalità di tutti i personaggi in scena. Tutti hanno un motivo per desiderare la scomparsa di Drood. Tutti possono essere il colpevole. Lo zio del protagonista, Jasper, e Rosa – anche loro non esenti dall’essere probabili sospetti – danno il via alle indagini.

Più volte sembra di essere giunti alla soluzone del caso, e altrettante volte il mistero della scomparsa di Drood si rinnova… E, purtroppo per noi lettori, la soluzione non arriverà mai, perché Dickens non riuscì a completare la scrittura del romanzo.

Ci hanno provato in molti, dopo la morte di Dickens, a scrivere un finale del libro. In Italia lo hanno fatto due maestri del giallo come Fruttero & Lucentini con La verità sul caso D. (Einaudi). Ma nemmeno loro, che pure avevano immaginato di affidare il caso nelle mani dei migliori investigatori della letteratura (Holmes e Dupin, Padre Brown e Maigret, Marlowe e  Wolfe) riuscirono a sciogliere il mistero.

E credo sia meglio così. Perché, forse, si sarebbe tolto fascino al romanzo di Dickens che, per quanto incompleto, è un capolavoro di scrittura e di intreccio.

La Memoria per esorcizzare il futuro

Gli anni del silenzio_MemoriaLa voce e la forza della Memoria. Il ricordo di quanto è accaduto in passato perché non debba accadere più. “Gli anni del silenzio” (Masso delle Fate Edizioni), con il carico di memoria che i testimoni portano dentro le pagine del libro, vuole offrire ai lettori gli elementi perché tutti agiscano per scongiurare le sofferenze che le dittature e le guerre sanno infliggere con disumanità cieca.

Il libro, curato da Silvano Collaioli, responsabile del comitato per la memoria “Progetto Irene” che da dieci anni si dedica alla ricerca e alla valorizzazione della memoria del territorio del Comune di San Casciano Val di Pesa, in provincia di Firenze, è un documento straordinario. Le pagine raccontano la vita di dodici testimoni (quasi una citazione evangelica) che hanno avuto la ventura/sventura di conoscere il tempo sospeso del fascismo e quello altrettanto atroce della Seconda guerra mondiale.

Sei uomini e sei donne, con il loro carico di sentimenti, sofferenze, dolori e però la voglia di ricominciare – e ricostruire – dopo la Liberazione, che si sono messe a nudo perché anche chi non c’era, soprattutto le nuove generazioni che in famiglia non sentono più i racconti dei nonni che hanno vissuto la Guerra, possano avere memoria di quanto accaduto. Eventi grandi e piccoli – dolorosi quasi sempre e a volte anche tragici – che sono accaduti non in luoghi astratti o troppo difficile da rintracciare su un atlante, bensì lì, nel paese stesso in cui vivono.

E tutto avviene non con i paroloni di certa letteratura storica ma con le parole semplici con cui i nonni narrano le fiabe. Scrive, infatti, il curatore nella sua prefazione: “Per mezzo di un linguaggio spesse volte colorito, il lettore apprende vicende personali e familiari impensabili, fatti semplici ed eventi importanti che hanno coinvolto famiglie e comunità, lasciando nella memoria impronte indimenticabili”.

La memoria, insomma, per esorcizzare le tragedie – purtroppo sempre possibili – del futuro.