Holmes gioca con i lettori della biblioteca

Holmes gioca con i lettori della bibliotecaPer il secondo anno mi trovo a giocare con i lettori della Biblioteca della circoscrizione Ovest della mia città. Il gioco si chiama Biblioteca con delitto. Si ispira, adattato al contesto, alle più note cene con delitto. Il lettore deve leggere un racconto, privo di finale, e poi formulare la sua soluzione del mistero. Il racconto che ho proposto quest’anno si intitola “Sherlock Holmes e l’avventura del fattorino di banca”. E’ ambientato a Prato nel 1905. E’, insomma, un omaggio alla città in cui vivo. E, spero, anche un’occasione per far conoscere ai lettori sia Holmes che la Prato di inizio Novecento. Perché a Prato, da allora a oggi, molte cose sono cambiate. I nomi delle strade e delle piazze. Parte dell’urbanistica. I mezzi di trasporto. L’industria tessile, che pure resta la nostra tradizione economica.

E’ davvero un’avventura straordinaria quella in cui mi ha coinvolto la Biblioteca comunale Lazzerini. Prima di tutto perché è bello essere inseriti nel calendario di iniziative proposte della manifestazione Un autunno da sfogliare. Un appuntamento bellissimo, perché promuove la lettura e coinvolge migliaia di cittadini. In secondo luogo, perché il gioco di Biblioteca con delitto apre un filo diretto con i lettori. Ci sono conoscenti che incontro e mi chiedono lumi sul racconto. Ci sono amici che mi scrivono messaggini sul telefono, anche loro in cerca di indizi e di dritte per la soluzione. Altri che lasciano un “mi piace” o un messaggio su Facebook solo per dire grazie o esprimere un complimento.

Con il gioco di Biblioteca con delitto, insomma, avviene ciò che uno scrittore non può vivere, se non in misura assai limitata, mentre il lettore legge un suo libro. Non può sentire, in corso di lettura, gli umori dei suoi lettori. Non può ascoltare i loro commenti e le loro curiosità. Non può rendersi conto del loro stupore per il nome di una strada o due righe di descrizione che disseminato lungo la trama. Con questo gioco, invece, ho la fortuna immensa di recepire in diretta tutto questo. E’ qualcosa di meraviglioso.

Una magia che vivrò, amplificata, sabato 19 novembre, quando, tutti insieme, leggeremo la soluzione del caso. Lo scorso anno fu un momento di festa carico di emozioni. Quest’anno, lo so già, sarà una festa doppia.

Prato, ritratto in giallo

sangue_giallo_PratoCi sono libri che raccontano la realtà meglio di tanti articoli o di tante discussioni politiche. Accade, ad esempio, con “Sangue giallo” (Alcheringa Edizioni) di Enrico Tordini, un bel giallo/noir che offre un ritratto veritiero e impietoso di Prato, terza città del centro Italia per numero di abitanti, dove i fasti della grande e ricca industria tessile sono uno sbiadito ricordo del passato, dove è cresciuta una Chinatown  impenetrabile con proprie regole di vita e giustizia che  è solo la punta dell’iceberg di un’immigrazione che ha ridisegnato il tessuto sociale cittadino, dove il malaffare permea un po’ tutti, perché se può servire a riempire il portafoglio e a vivere bene… E, ovviamente, c’è il razzismo. Conclamato o strisciante, poco importa. E, su tutto, una sorta di rassegnazione generale, d’impotenza… E in questa Prato, ecco il serial killer, il giustiziere che ha deciso di colpire la comunità cinese a colpi di coltello.

A fronteggiare l’assassino, in un torrido mese di luglio del 2009, saranno “un procuratore della Repubblica che sognava soltanto di arrivare all’agognata pensione e un criminologo suo amico […] Il primo è irascibile e collerico, il secondo flemmatico e razionale”. Sullo sfondo, la politica che incalza per una soluzione, i conflitti tra corpi investigativi, un assessore “sceriffo” in cerca di visibilità, il mondo della stampa che mostra tutti i suoi limiti professionali…

Tordini racconta tutto questo con una scrittura felice, che spazia dai toni noir a quelli ironici senza mai avere cadute di stile.

Insomma, un bel libro. Una lettura davvero godibile. Lo consiglio senz’altro.

Malaparte, un archivio da salvare

Curzio_MalaparteChe tristezza questo ventennale scorcio di storia italiana. Quanti scandali, quante ruberie. Che vanno oltre la sfera politica e imprenditoriale. Perché si insinuano nella società civile tutta, creando disagi, sfiducia, senso di impotenza. E che mettono a rischio, anche, l’unica vera ricchezza di cui l’Italia può farsi vanto: il patrimonio culturale. Le vicende di Pompei sono arcinote (incuria, forse qualche interesse personale di qualcuno….). Meno nota, ma non meno importante, è la vicenda del Fondo Malaparte, legato a doppio filo alle sorti giudiziarie di Marcello dell’Utri. Perché l’ex parlamentare, appassionato bibliofilo, è proprietario, dal 2009, dell’archivio dello scrittore pratese Curzio Malaparte e dal marzo scorso, da quando è scattata la condanna definitiva a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, il Fondo è sottoposto a sequestro giudiziario e il suo destino è incerto.

Non starò a ripercorrere la storia del Fondo Malaparte. Chi la voglia conoscere nel dettaglio, la può trovare sul sito Pratosfera a questo link, dove la vicenda è spiegata in maniera egregia da Chiara Mannocci.

A me, che abito a Prato ormai da così tanti anni da non poter dirmi pratese, preme una riflessione sulla vicenda. Alla città di Prato e ai suoi cittadini, Malaparte, e non solo nel suo celeberrimo “Maledetti toscani”, ha dedicato pagine bellissime. E Prato, nel 2009, tentò anche di aggiudicarsi l’acquisto del Fondo Malaparte che gli eredi avevano messo in vendita. Tuttavia, forse la città non credette abbastanza nella necessità di spuntare l’asta per cominciare a creare quel Centro studi Malaparte che anni fa era stato proposto dal regista pratese Massimo Luconi.

L’idea di Luconi, se realizzata, avrebbe dotato la città di un polo culturale di notevole interesse, capace di attrarre accademici, studiosi ma anche semplici cittadini, pratesi e non. Perché non ci vuole chissà quale fantasia per immaginare, come è stato fatto altrove (in Italia e all’estero) un percorso culturale e turistico cittadino dedicato al suo scrittore più rappresentativo. Un percorso che a partire dal Centro studi avrebbe potuto toccare il Liceo Ginnasio Statale Cicognini, dove Malaparte studiò, la casa di via Magnolfi (dove abitò) e quella di Coiano (dove nacque), i luoghi narrati in “Maledetti toscani” e, infine, la sua tomba mausoleo di Spazzavento, sulla collina che domina Prato.

Io, voglio ancora sperare che tutto questo possa realizzarsi. Per dare il giusto riconoscimento a Malaparte. E per Prato, che Malaparte amò senza condizioni. Si può ignorare il destino della memoria di un uomo che sulla sua tomba volle che fosse incisa, insieme alla famosa frase…e vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento, per sollevare il capo ogni tanto e sputare nella fredda gora del tramontano”, l’altrettanto famosa frase “Io son di Prato, m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo”, che è la più bella dichiarazione d’amore che una città può ricevere da un suo figlio?

Sì, spero proprio che la vicenda del sequestro giudiziario si sblocchi e che Prato riesca finalmente a fare la sua parte per rendere giustizia a uno dei figli più illustri.

Sette morti pesano su Prato e sui pratesi

Prato_cinesiDa domenica scorsa – dal momento in cui ho visto le immagini del capannone distrutto dal fuoco nel macrolotto di Prato – non ho avuto molta voglia di pensare a questo blog. Non in termini di libri da proporre, almeno. E allora mi prendo la libertà, per una volta, di esulare dai confini per cui sono nate queste pagine. Sette vite distrutte in una volta sola non possono essere ignorate. Sette morti che pesano sulla città in cui vivo non sono solo una notizia – tragica – di cronaca.

Da domenica scorsa mi tormenta il fiume di parole che s’ingrossa. Di politici di piccola e grande fama, di esponenti importanti delle istituzioni, di sindacalisti, di intellettuali.

Mi tormenta perché quel fiume trascina a valle parole ormai già sentite troppe volte. Tutte per ripetere ossessivamente che lo Stato è mancato, che l’arrivo dell’immigrazione cinese a Prato non si è potuta controllare perché la città non disponeva di mezzi adeguati, che i cinesi hanno distrutto l’industria tessile pratese con la concorrenza sleale fatta di lavoro nero, di tasse evase, di sfruttamento schiavistico dei clandestini.

E c’è del vero – a volte tanto vero – in queste parole.

Mi domando, però, se non sia arrivato il momento, di fronte a questi sette morti, di guardare il problema – perché il problema esiste – anche da un altro punto di vista.

A chi ha fatto comodo commissionare lavoro a basso costo per innalzare i margini di guadagno delle proprie aziende? Ha chi ha fatto comodo affittare o vendere capannoni vuoti? Ha chi ha fatto comodo affittare o vendere appartamenti vuoti?

E’ troppo facile piangere e indignarsi quando, finito il tornaconto di tanti cittadini – ricchi e meno ricchi indistintamente, perché a Prato il profumo dei soldi non dispiace a nessuno – si è preso coscienza di aver partorito un mostro economico e sociale dal proprio stesso grembo.

La repressione. E’ mancata la repressione, sento ripetere. Vero, in gra parte. Non sento mai dire, però, che la repressione, oltre che colpire clandestini e imprenditori cinesi che evadono le tasse dovrebbe ugualmente colpire gli italiani, o i pratesi, che hanno fatto e  fanno affari con loro a queste condizioni.

Perché o si esce dal grande inganno per cui la colpa e le responsabilità stanno solo a Chinatown, oppure Prato non sarà più capace di ridare slancio alla sua identità di città del lavoro e del saper fare.