Colin, quando la vita è una questione di dettagli

questione di dettagli_ColinLeggere le schede editoriali, a volte, fa scatenare la curiosità. Bella forza, penserete, le case editrici le elaborano apposta per accattivarsi la simpatia del lettore e convincerlo a comprare il libro. Vero, è proprio così. Tuttavia, quella che invita a leggere “Questione di dettagli” (Corbaccio), scritto a quattro mani da Ashley Edward Miller e Zack Stentz e tradotto da Giovanni Arduino, sembra proprio contenere tutti gli indizi che indicano il bel romanzo. Prima di segnalarlo, tuttavia, ho chiesto a un caro amico che è un vero e proprio divoratore di libri lo avesse letto. Cercavo un giudizio di un lettore – e di quello del mio amico mi fido ciecamente – tanto per non fare una segnalazione sconsiderata. Il mio amico, per fortuna, lo aveva letto. E me ne ha parlato ottimamente.

Vediamola, allora, questa scheda editoriale:

Colin Fischer ha quattordici anni e pesa cinquantacinque chili. Nella sua vita ci sono alcuni punti fermi: i genitori, il fratello minore, un blocco su cui appunta le sue riflessioni, un tappeto elastico su cui salta per sfogarsi quando gli sembra che niente vada per il verso giusto. Cioè quasi sempre. Perché Colin è diverso dagli altri, la sua percezione della realtà è più intensa. La sua sensibilità maggiore. Infatti i rumori forti gli provocano crisi di panico e non ama essere toccato. Ma è intelligente, curioso ed è un fine osservatore. Sherlock Holmes lo avrebbe voluto al suo fianco perché nessuno è attento ai dettagli quanto lui. E così, quando viene ritrovata una pistola nel bar della scuola, Colin è l’unico deciso a capire cosa è successo veramente. Starà a lui dimostrare che la pistole non è di Wayne Connelly, il bullo della scuola e tormento quotidiano di Colin. Wayne non si capacita del perché Colin abbia deciso di aiutarlo, ma tant’è: al mondo non siamo tutti uguali e capire cosa pensano gli altri resta il mistero più incredibile per tutti…
Questione di dettagli è una storia di ragazzi e di amicizia, con un protagonista irresistibilmente simpatico che comunica con un linguaggio tutto suo e che fatica a adeguarsi al resto del mondo. La storia di un ragazzo adolescente in cui tutti, in un modo o nell’altro, ritroveremo tracce di noi stessi.

Siamo nel campo della narrativa pura, con una piccola divagazione nel giallo. Le caratteristiche di Colin, mi direte, richiamano prepotentemente quelle del protagonista de “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”. È la stesso appunto che ho esternato anche al mio amico. Lui mi assicura che la storia si sviluppa in bel altro modo, che la sensibilità dei due autori nel parlare di Colin e del “suo mondo” (il ragazzino soffre della sindrome di Asperger) è tutt’altra cosa e che qui l’indagine gialla è una vera detective story. Così rassicurato, ho deciso che la segnalazione era doverosa.

Un’ultima riflessione. Confesso che la curiosità di andare a leggere la scheda editoriale l’ha scatenata il titolo del libro. “Questione di dettagli” è una frase che non stona in bocca a Sherlock Holmes, il mio personaggio preferito. Vedere poi il nome del detective londinese citato nella scheda e leggere quali siano le caratteristiche del piccolo Colin (schivo, curioso e osservatore), anche queste tipiche di Sherlock Holmes, mi hanno convinto a fare la piccola indagine che, alla fine, ha prodotto questo post.

Insomma, leggerò “Questione di dettagli”, con molto interesse e molta curiosità.

Posizione scomoda, quella dello sceneggiatore

Una posizione scomodaQuanti sono i laureati italiani che, in barba agli studi compiuti, devono adattarsi a fare il commesso? E quanti quelli che, sottopagati, sono costretti, per vivere – o sopravvivere -, a mettere il loro sapere al servizio di attività non proprio nobili? E attenzione, il fatto che non siano nobili non significa che siano illegali. Lo chef condannato a preparare piatti di caprese al bar d’angolo non compie nulla d’illegale, ma i suo studi e la sua formazione ne escono maltrattati. Così accade a Fabio, protagonista di Una posizione scomoda (Fazi), romanzo d’esordio di Francesco Muzzopappa, che è libro divertente e irriverente e, allo stesso tempo, ritratto feroce di questi tempi italiani.

Fabio è uno sceneggiatore. Si è diplomato al Centro sperimentale di cinematografia di Roma. Ha avuto per maestri i nomi importanti del cinema italiano. Il regista Gianni Amelio lo stima. Un suo “corto” ha ricevuto critiche entusiaste dalla firma di punta di Repubblica. Davanti a lui, insomma, ci sono grandi orizzonti. Tanto grandi e vasti che la scheggiatura del suo film colleziona rifiuti e, per riuscire a vivere, si ritrovare a sceneggiare film porno.

Ed è ecco spiegato il titolo. Una posizione scomoda ha una doppia chiave di lettura. Una fin troppo facile da capire: l’allusione è prestazioni ginniche dei pornoattori. L’altra non è meno facile da comprendere. La posizione scomoda è quella in cui si trova Fabio rispetto agli ex compagni di corso, ai quali non vuol far sapere della sua attività, e, soprattutto, rispetto ai suoi genitori, ferventi cattolici e convinti che il figlio stia scrivendo testi teatrali per Ronconi.

Inutile dire che Fabio ingoia fiele. Il suo sogno non era certo quello di raccontare le imprese sessuali di tettone, calvi muscolosi e gay. Ma siccome è colto e preparato, attinge a piene mani dalla sua erudita formazione culturale per riproporre, in chiave porno, capolavori della letteratura e della cinematografia. Così, in un gioco che molti liceali hanno fatto per allentare la pressione dei compiti di greco e di latino, Undicimila leghe sotto i mari diventa Undicimila seghe sotto i mari e L’importanza di chiamarsi Ernesto si trasforma in L’importanza di chiavarsi Ernesto. Titolo, quest’ultimo, che gli regalerà il premio come miglior sceneggiatore allo XXX Festival di Cannes (nota bene, il Festival si svolge davvero, ogni anno, prima di quello ben più noto che assegna la Palma d’oro).

E con il premio, la posizione scomoda di Fabio si farà scomodissima. La finzione della sua vita sarà messa a nudo. Il rapporto con i genitori avrà un passaggio drammatico. Depressione e sfiducia saranno le compagne di vita di Fabio, che se ne sta rinchiuso nel suo appartamento… Ma la sceneggiatura di un buon film, come di un buon romanzo, va avanti per colpi di scena. Ed è ovvio che anche qui non possono mancare. E al lettore, a questo punto, non voglio togliere il gusto di scoprire come andrà a finire la storia di Fabio.

Una posizione scomoda, al di là della trama insolita, è scritto con leggerezza e profondità a un tempo. E le sue pagine sono piene di ironia e di comicità. E non solo per i titoli storpiati dei capolavori della letteratura. Anzi, questi sono un plus rispetto all’umorismo con cui vengono descritte situazioni di vita, incontri, stati d’animo.

Insomma, un libro godibilissimo. Che, con il sorriso, ci fa riflettere su questi strani tempi italiani.

I duellanti, lo scontro come ragione di vita

i duellantiOggi sono stato travolto da una botta di malinconia letteraria. E ho il sospetto che in gran parte la colpa risieda in ciò che vedo in Tv e in ciò che leggo sui giornali. Ho come un bisogno forte di capire l’animo e il pensiero umano, perché, lo confesso, ho perso un po’ la bussola, fatico ad orientarmi. E allora ecco la botta di malinconia: ho riletto, con immenso piacere, I duellanti, romanzo breve – e fulminante – di Joseph Conrad, reperibile in diverse edizioni (cito ad esempio e|o, Passigli, Einaudi Scuola).

Due tenenti degli Ussari, D’Hubert e Feraud, sono pronti a dare la vita per l’imperatore Napoleone. Il primo è aristocratico, orgoglioso, testardo, amante dell’azione ma consapevole che a questa bisogna saper porre dei limiti. Feraud è un solitario, istintivo, aggressivo e l’azione, per lui, è ragione di vita. E tra i due, a Strasburgo, sorge una disputa che li porterà a sfidarsi a duello. Quale sia il motivo che ha scatenato lo scontro resta incomprensibile e misterioso, tanto da diventare leggendario tra i compagni d’armi.

E l’aura della leggenda nasce, matura e si perpetua perché a quel primo duello ne seguirà un secondo, e poi un terzo e altri ancora. Perché Feraud non demorde, e D’Hubert non si sottrae; ma nessuno dei due, però, riesce a uccidere l’altro. E succederà che i due avranno in dono di poter vivere fino alla vecchiaia, e uno di loro – senza saperlo, perché la riconciliazione non avverrà mai con un atto formale – vivrà solo per merito della generosità del “nemico”.

Nelle poche ma intense pagine de I duellanti, dunque, Conrad ci racconta di uno scontro perenne – perché anche quando le spade e le pistole saranno accantonate i pensieri continueranno a macerarsi sul duello che verrà -; uno scontro senza una ragione apparente, eppure profondissima. E poi di una pace armata che però non sopisce i ricordi. Duellanti, per sempre, insomma.

E non so perché, ma mi sembra di vederci una metafora di questi tempi. Peccato solo che – in questa realtà – non ci sia la scrittura viva e vivace di Conrad e la sapienza delle parole con la quale sa indagare il grottesco e l’oscuro che abitano nel cuore e nell’anima degli uomini.

I duellanti è un capolavoro che si legge d’un fiato.

ridley_scott_i_duellantiPS: Nel 1977 con I duellanti esordì come regista Ridley Scott, che poi ci ha regalato Alien, Blade Runner, Legend… L’adattamento di Scott differisce per alcune – pochissime – parti dal romanzo di Conrad. Ma lo spirito del libro vive in ogni scena, in ogni fotogramma. E Keith Carradine (D’Hubert) e Harvey Keitel (Feraud) regalano un’interpretazione magistrale.

Anche il film, se non vi è mai capitato di gustarvelo, merita senza dubbio almeno una visione.

Imperatore e dio, la guerra e gli Usa

quando l'imperatore era un dioUno sguardo delicato e una voce sommessa per raccontare il dolore di una persecuzione sconosciuta alla gran parte delle persone che vivono nel mondo occidentale. Quando l’imperatore era un dio (Bollati Boringhieri), ultimo romanzo di Julie Otsuka, ci rivela un capitolo di storia – della Storia – tenuto sapientemente nascosto. Mi riferisco a quanto avvenne negli Stati Uniti, all’indomani dell’attacco giapponese di Pearl Harbour del dicembre 1941. I cittadini americani di origine giapponese diventano, per il governo a stelle e strisce, nemici. Per alcuni, sospettati di agire contro la sicurezza degli Usa, scattano gli arresti e la detenzione in carcere. Per tutti gli altri si studia, e si attua, un programma di “Evacuazione e ricollocazione”. Chi ha gli occhi a mandorla e un colore diverso della pelle deve lasciare la sua casa, salire su un treno e ritirarsi a vivere in un villaggio di baracche, costruito in mezzo al deserto, in un luogo sconosciuto del paese, e circondato dal filo spinato. Un campo di concentramento. Niente di più e niente di meno. Qualcosa di molto simile a ciò che avveniva in Europa per perseguitare ebrei, comunisti, liberali, omosessuali, zingari. Certo, i campi americani non si trasformarono mai in campi di sterminio, ma il principio “preventivo” con cui furono allestiti è comunque agghiacciante.

Racconta tutto questo, il bellissimo libro di Julie Otsuka, nata in California, che nei suoi libri cerca di ricostruire il rapporto tra i giapponesi immigrati negli Stati Uniti e la loro nuova patria. La scrittrice lo aveva già fatto con Venivano tutte per mare, altro bellissimo libro.

In Quando l’imperatore era un dio la protagonista è una donna, rispettata e ammirata da tutto il vicinato, la cui vita viene travolta dall’attacco giapponese di Paerl Harbour. Il marito, in pantofole e pigiama, viene arrestato. E lei e i due figli dovranno in fretta preparare la valigia per raggiungere il campo di “ricollocamento”.

I preparativi dell’evacuazione, il viaggio in treno, la permanenza nel campo, il sentire dei prigionieri in quel tempo in cui l’imperatore del Giappone era ancora considerato un Dio sono raccontati con un linguaggio asciutto, quasi distaccato, eppure carico di emozioni, capace di raggiungere il fondo dell’anima dei protagonisti e del lettore.

Un libro da leggere assolutamente.

Quando un racconto è come un romanzo

Un'amazzone - racconto - romanzoL’ho già sottolineato in un’altra occasione: un racconto può avere la forza trascinante di un romanzo. Se ne volete una dimostrazione, leggete Un’amazzone di Alexandre Dumas (Sellerio). In poche pagine c’è la tensione, la bellezza, il fascino, la profondità di pensiero che si potrebbero trovare nel Conte di Montecristo, tanto per restare in casa Dumas, come in qualsiasi altro romanzo capolavoro che possa venirvi in mente.

E poi, un libro – un racconto – che comincia con questa avvertenza non si può davvero non leggere: “Una delle più grandi disgrazie della verità, è di essere inverosimile. Per quanto la si nasconde ai re con la lusinga, e ai lettori con il romanzo, che non è, come alcuni credono, l’esagerazione del possibile, ma una pallida parodia della realtà. Un giorno, quando saremo stanchi di fare i romanzieri, forse diventeremo storici, e racconteremo delle avventure autentiche e contemporanee così vere che nessuno vorrà crederci. Aspettando quel giorno, e poiché la nostra raccolta già così copiosa non può che accrescersi in futuro, sceglieremo, per quei lettori che vogliono solo cose vissute, una storia semplice dove non cambieremo che i nomi. Dopo la nostra morte, si troveranno tra le nostre carte i nomi veri dei personaggi principali”.

La vicenda si svolge in un periodo databile tra il 1830 e il 1848. Si legge nella scheda editoriale: “La protagonista, Erminia, (lo stesso nome del personaggio della Gerusalemme liberata) è una vera donna guerriera perché, orfana di madre, è stata allevata dal padre come un ragazzo abituato a maneggiare fioretto e pistola. Personaggio romantico nella sua passione estrema è anche una donna libera e dominatrice, la vergine assassina secondo la mitologia delle amazzoni, che si vendica dando la morte senza rimorsi”.

E però c’è anche un protagonista, Edmund, senza il quale la storia perderebbe di senso e non potrebbe giungere, in un crescendo di piccole tensioni e colpi di scena, alla sua imprevedibile conclusione.

Dumas, così come nei grandi romanzi, ci regala una scrittura elegante, precisa, bellissima. Pochi tratti di penna, per dipingere personaggi vivi e darci il ritratto di un’intera epoca. Una scrittura e un’alchimia narrativa che solo i grandissimi della letteratura sanno regalare.

Il destino di una vecchia villa inglese

Il destino di Hartlepool Hall“Capì di aver trascorso quasi una vita intera nel limbo; piacevole, ma pur sempre un limbo, uno stato in cui non c’erano decisioni da prendere, né conclusioni da raggiungere. E adesso, eccolo in altro mondo”. Matura attraverso questa descrizione la presa di coscienza di Ed Hartlepool, quinto marchese di Hartlepool, che niente resta immutabile per sempre. Soprattutto per le persone, i loro sentimenti, l’idea che ci si è fatti dell’esistenza. Esattamente come succede per le case in cui viviamo, che resistono al tempo solo finché qualcuno se ne prende cura e le fa essere vive. Il destino di Hartlepool Hall (Elliot) di Paul Torday è un romanzo che si regge tutto su questo parallelo: il destino di una casa (in questo caso una faraonica residenza nobiliare nella campagna britannica) è indissolubilmente legato a quello del suo proprietario (e viceversa).

La scheda editoriale del libro è perfetta per capire di cosa stiamo parlando: “Ed Hartlepool non apre mai e lettere, a meno che non siano inviti a party esclusivi. Dal Sud della Francia, dove si è rifugiato dopo la morte del padre (per non dover incorrere in quella cosa noiosa e volgare che è pagare le tasse di successione), usa il computer soltanto per giocare a poker on-line. Un giorno, però, due missive attraggono casualmente la sua attenzione: la prima è di Horace, il maggiordomo di Hartlepool Hall, che lo avverte dell’arrivo di una certa Lady Alice, che si è insediata in casa senza fornire troppe spiegazioni; la seconda dal suo commercialista che gli consiglia vivamente di tornare in Inghilterra. Al suo rientro, Ed viene a conoscenza del fatto che suo padre non gli ha lasciato in eredità solo la tenuta, ma anche un debito spropositato con il fisco. Nel frattempo la misteriosa Lady Alice non sembra avere alcuna intenzione di andarsene. Sempre più oberato dai debiti, decide di vendere Hartlepool Hall e farne un resort di lusso con tanto di mini appartamenti e campo da golf. Ma quale sarà il destino della tenuta? E chi è davvero la stravagante Lady Alice?”

Il destino di Hartlepool Hall è un romanzo che non cerca il colpo di scena ad effetto, eppure crea una suspance che tiene incollati alle pagine, scritte con stile, senza inutili esercizi letterari, e percorse da un’ironia sottile e coinvolgente.

Romanzo di scandali in via dell’Amorino

romanzo via dell'amorinoI libri, soprattutto alcuni tipi di libri, come ad esempio i gialli, sono spesso un modo per intrattenersi per qualche ora in una lettura piacevole e stimolante. Ma ci sono anche gialli che costringono a riflettere sul presente. Succede con I misteri di via dell’Amorino di Gian Antonio Stella (Rizzoli). E attenzione, quello di Stella, giornalista affermato e noto per aver denunciato i fasti e gli scandali della Casta, non è un romanzo che parla dell’oggi. E’ un romanzo storico. Che, però, fa aprire gli occhi sui nostri tempi.

Per capire di cosa si tratta, basta la quarta di copertina: “Come in un feuilleton d’altri tempi, sullo sfondo di Firenze negli anni in cui era capitale, tra le quinte di un mondo politico affaristico e corrotto, si muovono faccendieri e maîtresse, nobildonne prussiane e monaci rinnegati, spadaccini e ricattatori, magistrati integerrimi e giudici servili, patrioti idealisti e viscidi voltagabbana, povere peripatetiche divorate dalla sifilide e giornalisti dalla penna avvelenata. Intrighi, violenze, omicidi. Gian Antonio Stella riapre il giallo della Regìa Tabacchi, la madre di tutte le tangenti. Un romanzo serrato e incalzante che racconta, attingendo ai documenti originali, una storia così avvincente che pare inventata e invece è drammaticamente vera. Al centro di tutto, la storia di un uomo perbene innamorato pazzo dell’Italia e tradito nelle sue speranze e nei suoi sogni. Un uomo al quale finalmente viene restituito l’onore”.

Tangenti, corruzione, scandali hanno ammorbato da subito il giovane Regno d’Italia. Hanno infettato la politica e le istituzioni e oggi, forse siamo alle prese solo con il lascito di quelle lontane (ma poi non troppo) malattie.

E a dire il vero, non è che in tempi assai remoti (prendiamo la storia di Roma antica) le cose andassero poi meglio. Viene da considerare, tristemente, che la malattia della corruzione sia endemica nel patrimonio genetico degli italiani.

Ma considerazioni extra-letterarie a parte, il libro di Stella è avvincente come pochi. Un giallo di razzo che merita di essere letto.